
siano compatibili con la garanzia che tutto avvenga all’interno delle strutture sanitarie pubbliche. Per essere certi che le donne abortiscano in ospedale, le degenze dovrebbero durare dai 4 ai 15 giorni; ma bisogna considerare che una piccola percentuale di donne supera anche i famosi 15 giorni, e completa la via crucis del metodo chimico dopo un mese o anche più.
Ovunque, nel mondo, la Ru486 è sinonimo di aborto a domicilio. Il medico si limita a qualche accertamento clinico e a fornire le pillole, gli antidolorifici e il foglietto delle istruzioni in cui è spiegato che non bisogna mai allontanarsi troppo da un pronto soccorso attrezzato, si deve controllare costantemente il flusso di sangue, e saper gestire eventuali situazioni di emergenza. Tutto questo i politici lo sapevano (e sarebbe grave se così non fosse), prima e dopo che la sperimentazione del Sant’Anna fosse autorizzata dal Ministero. Lo sapeva il presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso, quando definiva l’obbligo al ricovero,richiesto dall’allora ministro Storace, «una vessazione»; lo sapeva Barbara Pollastrini, oggi ministro delle Pari opportunità, quando sosteneva che dietro l’intervento del ministro di An si celasse un attacco alla 194. La verità è che la legge sull’interruzione di gravidanza sarebbe messa in serio pericolo proprio da un’eventuale introduzione della Ru486, ed è per questo che alcune forze politiche, come la Rosa nel Pugno, l’hanno sponsorizzata.
Forse non tutti ricordano che nel 1981 i referendum contro la legge sull’interruzione di gravidanza furono due, uno abrogazionista, di parte cattolica, e uno radicale, che mirava ad estendere la pratica dell’aborto anche ai privati. Entrambi furono bocciati a schiacciante maggioranza.
Viale è un onesto militante, e non ha mai nascosto che le donne che si rivolgono al Sant’Anna per abortire con il metodo chimico tornano in gran parte a casa, sgusciando tra le maglie delle norme. Ma quando la Commissione di farmacovigilanza pose concretamente la questione e Storace sospese la sperimentazione a poche settimane dal suo inizio in attesa di chiarimenti, la sinistra scelse decisamente lo scontro ideologico, contribuendo alla generale disinformazione e avallando il mito dell’aborto facile e indolore.
L’indagine della magistratura riapre il problema: vogliamo introdurre la Ru486 e l’aborto casalingo o vogliamo tenerci la legge 194 e l’aborto negli ospedali? Non è Silvio Viale il colpevole di questa confusione, non è su di lui che devono ricadere le ambiguità e le mancate risposte di chi ha responsabilità politiche. La politica deve esprimersi con chiarezza senza concedere deleghe in bianco, e senza farsi continuamente sorprendere dalle iniziative dei magistrati.

GiuseppinaAn









Anteprima del commento