Così l’Unione va all’assalto della Rai

da la Padania - Tutti in corsa per il Tg1, “cespugli” furiosi: poltrone anche a noi. E vogliono prendersi il Cda carlo passera -------------------------------------------------------------------------------- La fame è stata tanta, ben cinque anni di vacche magre, anche se la Rai alla fine fornisce biada per tutti. Ora però sta partendo il grande assalto alla diligenza: finito in calciomercato, ecco l’appassionante (?!) totonomine alla tv di Stato, sport tra i più diffusi a ogni cambio di governo. Il fatto è che, se anche la Cdl aveva un poco ecceduto, quelli dell’Unione sembrano davvero sbracare. Per capirci: una poltrona tra le più ambite, quella del bravo Clemente J. Mimun forte di quattro anni e mezzo di successi al Tg1, a detta dell’agenzia stampa Adnkronos pare sia appetita da ben dodici contendenti, più o meno credibili, più o meno professionali, più o meno sponsorizzati politicamente. I nomi? Un rosario infinito. Si va da Gianni Riotta a Ferruccio De Bortoli (che ha rifiutato), da Giulio Borrelli a Marcello Sorgi (per loro sarebbe un bis), da Giulio Anselmi a Enrico Mentana (anche lui ha detto no), fino a Lilli Gruber o ai cosiddetti “interni”: Antonio Caprarica, David Sassoli, Piero Badaloni, Paolo Ruffini e Antonio Di Bella.








carlo passera

La fame è stata tanta, ben cinque anni di vacche magre, anche se la Rai alla fine fornisce biada per tutti. Ora però sta partendo il grande assalto alla diligenza: finito in calciomercato, ecco l’appassionante (?!) totonomine alla tv di Stato, sport tra i più diffusi a ogni cambio di governo. Il fatto è che, se anche la Cdl aveva un poco ecceduto, quelli dell’Unione sembrano davvero sbracare. Per capirci: una poltrona tra le più ambite, quella del bravo Clemente J. Mimun forte di quattro anni e mezzo di successi al Tg1, a detta dell’agenzia stampa Adnkronos pare sia appetita da ben dodici contendenti, più o meno credibili, più o meno professionali, più o meno sponsorizzati politicamente. I nomi? Un rosario infinito. Si va da Gianni Riotta a Ferruccio De Bortoli (che ha rifiutato), da Giulio Borrelli a Marcello Sorgi (per loro sarebbe un bis), da Giulio Anselmi a Enrico Mentana (anche lui ha detto no), fino a Lilli Gruber o ai cosiddetti “interni”: Antonio Caprarica, David Sassoli, Piero Badaloni, Paolo Ruffini e Antonio Di Bella. Insomma, un vero e proprio quiz. «Ad oggi - spiega ancora l’Adnkronos - il borsino dei candidati indica nell’esterno Riotta e nell’interno Caprarica, corrispondente da Parigi, i favoriti». In questo schema, con Albino Longhi nuovo assistente per l’informazione del direttore generale Claudio Cappon, Mimun potrebbe ottenere la direzione di Raisport o di Rai Due, sempre che non decida di lasciare l’azienda. Ma nulla è sicuro. Per la stessa Adnkronos Sorgi è in realtà in partenza per Londra con l’incarico di corrispondente della Stampa e anche Badaloni avrebbe poche chances, pur contando su un’antica promessa di Prodi. Il Messaggero punta invece proprio su questa coppia (più Caprarica, area Ds) e vede tramontare l’ipotesi De Bortoli (gradito a Prodi ma con altre ambizioni, come pure Ezio Mauro), con jolly l’attuale direttore di rete di RaiTre, Ruffini; «al Tg Due resterebbe Mauro Mazza, a meno che non vada a sostituire in quota An il collega Bruno Soccillo ai Tg di RadioRai». Ancora: Alfredo Meocci a Rai International al posto di Massimo Magliaro, per Raisport appunto Mimun o Marco Franzelli, area Luca di Montezemolo, che pare molto forte. La Repubblica dà a sua volta forte per il Tg1 Riotta, per Rai Uno Ruffini e a Rai Tre, al suo posto, Giovanni Minoli, con la direzione del Tg2 da Mazza a Fabrizio Del Noce, Giovanni Masotti, o addirittura Maurizio Belpietro (con Mazza a Rai Due e Mimun sempre a Rai Sport). Altre voci, raccolte da dagospia.com: Teresa De Santis (area Anna Serafini in Piero Fassino) a RaiUno, Badaloni a Rai International, Mentana carta di riserva bipartisan, Riotta direttore del Corriere della Sera, magari con Carlo Verdelli condirettore, Sassoli con poche possibilità (lo vuole solo Walter Veltroni). Ma davvero Carlo Freccero, dopo lunga attesa, rimarrà a bocca asciutta? Scalpitano anche Bianca Berlinguer ed Ennio Remondino, qualora la posizione di Di Bella al Tg3 dovesse indebolirsi. La Stampa fa un nome più insolito per Rai Uno: Claudio Donat-Cattin, democristiano di famiglia e di fatto, con una rosa conseguente di amici e sponsor tra Udc e Margherita, come il presidente del Senato Franco Marini. Un bailamme? Di sicuro, tanto che lo stesso Romano Prodi ha spiegato come quella delle nomine Rai sia «una partita che non si può neanche giocare. È molto più complicata della crisi libanese».
Il problema di fondo è uno: il governo pare abbia chiesto al vertice Rai di procedere senza tentennamenti ai cambi di vertice di reti e testate, e anche al “Raibaltone” più completo, laddove si dovesse confermare il no del centrodestra, ancora in maggioranza del Cda. Toccherebbe dunque al ministero del Tesoro rimuovere Angelo Maria Petroni, il consigliere d’area Giulio Tremonti scelto appunto dal predecessore di Tommaso Padoa-Schioppa. Il rimosso però potrebbe ricorrere al Tar per impugnare il provvedimento, con buone probabilità di successo.
Che si vada verso questo scenario, d’altra parte, è evidente. «Abbiamo intenzione di porre, a margine del vertice di lunedì, la questione della Rai. So che anche altri colleghi capigruppo sono d’accordo perché non è possibile che, a cinque mesi dalle elezioni, non si sia ancora fatto nulla sulla Rai e si proceda come se nulla fosse accaduto - ha ad esempio spiegato ieri il capogruppo dell’Udeur alla Camera, Mauro Fabris - Il ministro dell’Economia avrebbe il dovere quanto meno di esprimersi e di intervenire visto come viene trattata l’attività del governo da parte del servizio pubblico. È arrivato il momento di cambiare le cose». Ossia: far saltare Petroni.
Voci critiche rispetto a queste prospettive si alzano soprattutto a destra; come quella di Paolo Romani di Forza Italia («C’è l’intenzione da parte della sinistra di procedere all’occupazione militare anche della Rai») o quella dell’ex ministro Maurizio Gasparri, che ha definito intollerabile l’offensiva del centrosinistra sulle nomine Rai, sostenendo che «l’attuale Cda dovrà rimanere in carica, in base alle leggi vigenti, fino al 2008» e che «Padoa-Schioppa lo sa, non c’è nessuna motivazione che possa portare alla revoca del professor Petroni». Va ricordato a questo proposito che, all’indomani della vittoria elettorale Cdl del 2001, il Cda presieduto da Roberto Zaccaria restò in carica per diversi mesi ancora, concludendo il suo mandato, al punto che le nomine furono effettuate a metà aprile dell’anno successivo, cioé nel 2002.
Distinguo su quanto sta accadendo si levano anche a sinistra. Daniele Capezzone (RnP): «Siamo alla lottizzazione assoluta, il balletto di nomine di questi giorni non si distingue di una virgola dai momenti peggiori del servizio pubblico»; Oliviero Diliberto (Pdci): «Leggo con grande stupore sui giornali di probabili incarichi con relative appartenenze politiche per i futuri assetti del servizio pubblico radiotelevisivo. La cosa è totalmente inaccettabile»; Gennaro Migliore (Rc): «La lottizzazione è un ragionamento che appartiene al passato. Siamo contrari al valzer di nomine e credo che Prodi possa garantire il massimo della trasparenza con gli alleati». La verità è che i “cespugli” dell’Unione temono solo di essere esclusi dalla grande abbuffata che vede protagonisti Ds e Margherita, per questo fanno la voce grossa, ma poi scoprono il gioco (Diliberto: «L’informazione non può essere appannaggio di due soli partiti, benché siano i principali del centrosinistra»; Angelo Bonelli dei Verdi: «La Margherita e i Ds non possono pensare di scegliere da soli»). Dall’Unione, un’unica voce di una certa serietà, quella di Beppe Giulietti, che “snobba” il totonomine e invita piuttosto a reintegrare «alcuni ottimi professionisti». Fa il nome, certo, di Enzo Biagi, ma anche quelli di Paolo Francia e del “nostro” Massimo Fini, «tanto per citarne due che certo non la pensano come me», spiega.
Insomma, una cosa per ora è sicura: cosa succederà il prossimo 6 settembre, giorno fatale del primo Cda di viale Mazzini, non lo sa davvero ancora nessuno.
c.passera@lapadania.net

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