Puo' una poesia generare una poesia? Sembra di si. Ispirata a una ballata di Walther von der Vogelweide (1140-1238), questa canzone ne coglie l'essenza ma non solo: ne trae linfa preziosa per una metafora straordinaria sull' Amore, da un'antica usanza indiana del matrimonio degli alberi.
Dal Tirolo di
Vogelweide all'America degli Indios.
L'intreccio di culture diverse,
amalgamate in versi nostalgici, di grande spessore e nobile
significato. Dice Angelo: " C'è poi, nella terza strofa della canzone, dove
si parla dell'abbraccio fra la radica e il giglio, un accenno all'antica usanza
indiana del matrimonio degli alberi: un fico delle pagode e un
mango che marito e moglie piantano in un piccolo recinto, presso uno stagno, in
modo che crescano intrecciati, e possano influire positivamente sulla fecondità
del loro matrimonio. Alla fine della canzone poi, la raffigurazione del rapporto
fra gli uccelli, il vento e l'amore sembra evocare un
antichissimo mito greco diffuso fra i cacciatori e gli abitanti
dei boschi: In principio — diceva la storia — esisteva la Notte; nella
nostra lingua essa si chiamava Nyx, una delle più grandi dee anche secondo
Omero, una dea davanti alla quale perfino Zeus provava un sacro timore. In
questo racconto essa aveva l'aspetto di un uccello dalle ali nere. Fecondata dal
vento, la Notte depose il suo uovo d'argento nell'immenso grembo dell'oscurità.
Dall'uovo balzò fuori il figlio del vento, un dio con le ali d'oro, chiamato
Eros, dio dell'amore. "