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Arte, creatività, follia

Attività artistica e malattia mentale - parte I

A cura di arch. Vilma Torselli

Pubblicato il 27/02/2002

La capacità creativa come devianza dalla "normalità", alla stregua della malattia psicopatologica

foto intervento

"Non esiste alcun ingegno se non mescolato alla pazzia." (Francesco Petrarca)

 

La relazione tra l'attività artistica, in quanto espressione del potenziale creativo di un individuo, e la follia intesa come malattia mentale e disagio psichico, è un rapporto che da sempre affascina l'uomo e che ha trovato risposte diverse nei diversi periodi storici e nelle diverse culture: dibattuto a livello filosofico nell'antica grecia, rimosso dalla tradizione conservatrice medioevale, riformulato in epoca rinascimentale ed assimilato al concetto di originalità accessibile attraverso la "malinconia" (sindrome depressiva e psicosi maniaco-depressiva), rivalutato nel Romanticismo nell'inscindibile binomio, fuoco creativo-folle sregolatezza, per giungere alla posizione positivista di Cesare Lombroso, fondatore della criminologia come scienza, che stabilisce come la genialità, la follia, la criminalità siano tutte devianze da una preconcetta normalità.

 

Lombroso formulò l'ipotesi di una ereditarietà familiare sia del potenziale creativo che della tendenza ad alcune malattie mentali, ipotesi che parve confermata da una vastissima ricerca condotta in Germania e che mise effettivamente in luce una significativa relazione tra le attività più creative, si potrebbero dire specificatamente artistiche, ed il rischio sia di malattie mentali che di tendenza suicida, questa ultima quasi sempre collegata alle prime: ciò parve confermato anche dagli studi condotti dal sociologo americano Steven Stack, che rilevò come i suicidi siano molto più frequenti, statisticamente, fra gli artisti (morirono suicidi, ad esempio, Bernard Buffet, e Vincent Van Gogh, più volte ricoverato in manicomio, Ernst Kirchner, Mark Rothko).

 

Negli anni seguenti alle formulazioni di Lombroso, si svilupparono studi e teorie volti a dimostrare l'esistenza di un fattore a base biologica, e quindi trasmissibile per via ereditaria, in grado di favorire lo sviluppo di associazioni mentali inusuali ed originali, tipiche di vivaci processi creativi artistici, ma anche l'instaurarsi di malattie della sfera psichica e mentale, sembrando questo processo in qualche modo legato all'attività dopaminica.
L'ipotesi venne confermata a seguito degli studi di eminenti psichiatri di tutto il mondo, quali Nancy Andreasen, che rilevò una elevata presenza di disturbi dell'umore tra gli scrittori, e Joseph Schildkraut, che, come anche Arnold Ludwig e Felix Post, compì specifici studi sui pittori dell'Espressionismo astratto americano rilevando gli stessi problemi: al di là di ogni statistica, e' comunque un dato di fatto la follia di Vincent Van Gogh, di Antonio Ligabue, di Edvard Munch, così come non ci sono dubbi sulla genialità artistica del loro operare.

 

In particolare per questi tre artisti, per i quali la malattia mentale si è manifestata anche come disaddattamento socio-relazionale, come incapacità comunicativa tra sè stessi ed il resto del mondo, tra il proprio mondo interiore e la realtà esterna, si può dire che la loro attività artistica, la possibilità di creare opere d'arte abbia in qualche modo ripristinato la capacità comunicativa, attraverso l'espressione, in forma pittorica, della dimensione simbolica dei loro vissuti interiori e, forse, attraverso l'espressione di conflitti inconsci irrisolti, esternati e sublimati nell'oggetto artistico (si vedano al proposito le teorie di Otto Rank,).... continua >>>>>>

 


 

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