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Un quadro alla settimana

Andy Warhol - "Elvis I and II" - parte I

A cura di arch. Vilma Torselli

Pubblicato il 22/03/2003

Spersonalizzazione ed annullamento dell'emotività in un'arte ripetitiva e riproducibile, senza nessuna connotazione individuale

Andy Warhol - "Elvis I and II", 1963

La Pop Art è il più tipico movimento artistico, prevalentemente americano, degli anni '60, così come l'Espressionismo astratto lo era stato per gli anni '50, ed è una sorta di spartiacque sotto due punti di vista: divide l'arte moderna da un fenomeno più attualizzato che si identifica come arte contemporanea, e divide nettamente l'arte americana da quella del resto del mondo, perchè, più di qualunque altro movimento dichiaratamente americano, la Pop Art è qualcosa di assolutamente peculiare rispetto a ciò che avviene in Europa ed alla stessa Pop Art inglese.
Padre spirituale, senza dubbio il più noto, se non il più valido, esponente dell'arte pop è Andy Warhol o Andrew Warhola (questo il suo vero nome), enigmatica personalità artistica ed umana, per capire il quale è utile indagare in un retroterra culturale e professionale del tutto particolare, fortemente incisivo nella definizione della sua poetica.

Warhol proviene dall'illustrazione commerciale, ha fatto il vetrinista, l'allestitore di stand, il redattore di cataloghi, ha realizzato cartoline e biglietti augurali, attività nelle quali predomina l'assoluta sottomissione alle esigenze ed ai gusti del cliente, che è il vero destinatario dell'emozione derivata dall'opera, in una sorta di spersonalizzazione, di annullamento dell'emotività artistica, che definiranno indelebilmente il suo modo di operare.
Da questo mondo privo di emozioni e di stile personale, dove l'oggetto artistico è essenzialmente un oggetto del desiderio, da commercializzare nel modo più efficace, Warhol volge poi la sua attenzione al mondo dei fumetti, realizzando gigantografie delle strisce di Dick Tracy, sempre con funzione decorativa (per le vetrine di Lord and Taylor), optando ancora una volta per un'esecuzione che non ha nulla di "naturale", di istintivo o emotivo, nella quale è bandita ogni traccia personale della mano dell'artista, nella quale intenzionalmente viene abolita ogni impronta di soggettività, a beneficio di una soluzione formale che vada bene per tutti e per ogni scopo, anonima e perciò universale.

L'oggetto rappresentato non ha altro fine che proporre sè stesso, non messaggi o idee, non deve suscitare emozioni, deve solo apparire per quello che è, preferibilmente un familiare simbolo dell'american way of life, anche quando si tratta di una semplice scatola di minestra: intervistato da G.R.Swenson, storico dell'arte, nel 1963, sul perchè avesse riprodotto proprio una scatola di zuppa Campbell, risponde "Perchè mangiavo quella minestra. Ne ho mangiata ogni giorno, credo per una ventina d'anni....."
A sottolineare la mancanza di significato della rappresentazione, Warhol introduce poi il concetto della ripetitività seriale della stessa, che perde ulteriormente ogni carattere identitario proprio perchè riproposta più volte sempre monotonamente uguale a sè stessa, priva di caratteristiche distintive, giungendo così, coerentemente, al passo successivo, che è quello della riproduzione meccanica dell'opera (sono gli anni '60), oltretutto in termini formali di una voluta rozzezza esecutiva (serigrafie di bassa qualità, nelle quali è in dubbio il suo stesso intervento).

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