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Pierre-Auguste Renoir, “La femme au jabot blanc”, 1880 Musée d’Orsay a Parigi
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Apprezzato ritrattista della società parigina di fine ‘800 (le opere che lo rendono famoso, i ritratti di Jeanne Samary e di Madame Charpentier con i figli, sono del 1878), Renoir occupa nell’ambito dell’impressionismo un posto a parte.
Va detto che Renoir resta un impressionista in senso assoluto, attento ai fenomeni retinico-percettivi della luce, del colore, della complessità della visione e nell’utilizzo del colore puro e della macchia cromatica, con risultati spaziali di dinamica interazione tra materia e forma, tuttavia, a differenza, degli altri pittori suoi contemporanei, egli predilige il ritratto rispetto alle scene en plein air colte dal vero che sono invece tema dominante della maggior parte delle opere impressioniste:nbsp;è forse questo il motivo principale che lo induce ad una analisi critica del linguaggio formale dell’impressionismo ed a staccarsi dalla corrente quando, nella sua evoluzione più radicale leggibile soprattutti nei lavori dell’ultimo Monet, essa opera una progressiva e definitiva dissoluzione della forma, che perde ogni consistenza volumetrica ed ogni definizione lineare al contorno (l’impressionismo abolisce anche il disegno preparatorio) per espandersi ed assimilarsi totalmente nella luce e nel colore.
Anche quando il soggetto è un anonimo sconosciuto, quando le sembianze si stemperano nella fluidità della luce, quando l’artista pare più attento ai giochi luministici che al tratto fisiognomico ed alla caratterizzazione somatica, Renoir resta comunque un ritrattista perché la figura umana è inderogabilmente al centro del suo interesse e della sua ispirazione creativa e lo sfondo, l’ambiente circostante, quando non sono addirittura indistinti, sono comunque irrilevanti e di secondaria importanza.
Egli dice “io amo i dipinti che mi invogliano a passare la mia mano sopra un seno o sopra una spalla, se e’ una figura di donna”, affermando la centralità del corpo come fonte primaria di ispirazione della sua pitturanbsp;dalla linea sciolta ed elegante, dalla pennellata veloce di colori puri, di calibrata cromaticità, di attenta strutturazione compositiva influenzata nbsp;dall’appassionato studio dell’arte classica italiana (soprattutto di Raffaello), nellanbsp;quale riconosce realizzato un suo personale bisogno di equilibrio formale e di stilizzata idealizzazione del corpo umano, come dimostrano tanto suoi nudi.
Il quadro presentato, seppure di poco antecedente al suo cosiddetto periodo “Ingres” (attorno al 1883-84) che rappresenta nell’iter stilistico di Renoir il massimo del classicismo, denuncia chiaramente una ricerca di armonia secondo un concetto del bello tradizionale, anche nei termini di una leggibilità immediata ed inequivocabile del tema e del soggetto: si tratta di una giovane donna dal viso roseo, accentuato nella sua delicatezza cromatica dal bianco del tessuto che le avvolge il collo, mentre l’abito, ingentilito da un fiore appuntato, è una severa macchia scura che poco risalta sullo sfondo marrone privo di luce, sommariamente definito, tutta la luminosità è concentrata sul volto, che la assorbe, la diffonde e ne risplende irradiandola.
Non va probabilmente sottovalutata l’attività professionale di ritrattista di Renoir, che gli imponeva un confronto stretto con la committenza e la necessità di realizzare la massima verosimiglianza e “leggibilità” del soggetto rappresentato, con esplicite preoccupazioni estetiche per un prodotto anche commerciale che doveva essere “bello”, essere gradevole e piacere.
Il che induce talvolta nella sua opera qualche accento ripetitivo o stereotipato sotto il quale si legge un consumato “mestiere”, tuttavia la versione attentamente descrittiva del ritratto non esclude mai, nemmeno in questo caso, una sottile introspezione psicologica, che Renoir attua sempre con sensibile delicatezza e traduce in un linguaggio sommesso e composto, a volte pervaso di intimismo, qui ponendo l’accento sullo sguardo della donna, leggermente velato e lontano a rincorrere pensieri a noi ignoti con un’espressione un po’ assente e misteriosa.
Se da lì a pochi anni saranno i rivoluzionari movimenti avanguardisti del ‘900 a sovvertire alla radice e cambiare per sempre il concetto di ritrattistica moderna, con Renoir il ritratto ottocentesco abbandona definitivamente i suoi valori celebrativi e simbolici, la sua aulicità classica per esprimere contenuti psicologici interiori, per divenire il ritratto di una persona, di un essere umano, delle sue più intime sfumature e, forse, della sua anima.
arch. Vilma Torselli









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