L'Estate nell'arte - parte I

Stagione della maturità e del raccolto, ricca di frutti e fiori, abbondanza, bellezza, l'estate è una stagione pacata e passionale che gli artisti interpretano secondo i propri sentimenti interiori.












Le stagioni sono da sempre tra gli spunti preferiti dagli artisti di tutti i tempi, forse perchè la rappresentazione della mutevolezza del paesaggio e del clima è un’efficace chiave interpretativa dello scorrere del tempo e della sua ciclicità, metafora del percorso della vita dell’uomo che si dipana tra i limiti estremi di nascita e morte.
In linea con questo concetto, la pittura classica attribuisce alla rappresentazione delle stagioni un significato marcatamente simbolico, secondo il quale il tempo ha un inizio ed una fine, culminante nella morte dell’individuo, sulla base di concezioni filosofiche, religiose e culturali diverse apparteneneti a diversi artisti e contesti culturali.
Della Primavera nell’arte e del suo significato simbolico radicato nel mito arcaico di Persefone, sinonimo di bellezza e rinnovamento, ho già scritto in un’altra mia pagina, aggiungo che l’estate non è da meno per ciò che riguarda il numero degli artisti che ad essa si sono ispirati, come esemplifico sinteticamente di seguito.


Giuseppe Arcimboldo (1527-1593), pittore dell’immaginario con una particolare predilezione per gli elementi vegetali composti in originali assemblages antropomorfi, esegue con frutti, fiori, rami e foglie appropriati al periodo dell’anno gli allegorici ritratti delle quattro stagioni nel suo stile tipicamente decorativo, con echi fiamminghi ed un’audacia inventiva assolutamente fuori da ogni parametro per il compassato ‘500 italiano: la fertile fantasia dell’artista trasfigura infatti gli elementi naturali, instaurando tra loro inusuali rapporti reciproci, in volti e figure grottescamente allegorici, frutto di fantastiche metamorfosi, un gioco delle forme e delle somiglianze che vuol adombrare la sostanziale ambiguità della realtà.

L’Estate“, un olio dipinto nel 1563, oggi custodito al Kunsthistorisches Museum di Vienna, ben evidenzia la creatività fantastica di quest’artista che, non a caso, oltre che pittore di corte, fu per l’imperatore Massimiliano II anche prolifico inventore di mascherate, giochi e cortei.


Dopo l’interpretazione romantica della pittura ottocentesca, che fa della natura mutevole a seconda delle stagioni il teatro delle passioni e dei sentimenti dell’anima, dopo le straordinarie anticipazioni di William Turner che porta avanti una sua ricerca personale e rivoluzionaria sulla luce e sul colore nell’ambiente esterno, sarà l’Impressionismo francese con la sua pittura en plein air a riprendere il tema delle quattro stagioni indagandone in chiave luministica le caratteristiche cromatiche ed atmosferiche, affinando l’osservazione delle possibilità espressive dello scenario naturale, introducendo tra gli altri il tema del paesaggio innevatodell’inverno, in passato poco riprodotto.
Si afferma definitivamente una nuova visione della natura come luogo in cui l’uomo ritrova sè stesso e la sua autenticità, in cui può proiettare la sua interiorità ed aspirare ad una fusione cosmica con l’universo, cosicché la rappresentazione delle stagioni sempre più assume un ruolo autonomo ed un significato intrinseco svincolato dalla presenza umana, per divenire specchio delle passioni e catalizzatore dei sentimenti.

L’estate è la stagione della maturità e del raccolto, dispensa frutti e fiori, abbondanza, bellezza, compenso e premio per la fatica, è una stagione pacata nella quale la natura raggiunge il culmine del suo ciclico arco temporale, una stagione che come sempre per gli artisti è pretesto per esprimere i moti del loro animo, come fanno Pissarro, Sisley e soprattutto Claude Monet, sottile indagatore degli effetti di luce e delle loro variazioni nel declinare del giorno e dell’anno.



Monet dipinge nel 1880 la “Veduta di Vétheuil d’estate“, un olio oggi parte della collezione impressionista del Metropolitan Musem of Art di NewYork, in uno dei luoghi sulle rive della Senna da lui più amati (dipinge anche in “Inverno a Vétheuil”), dove il riflesso delle acque e la variabilità dei cieli lo spingevano ad una indagine continua e quasi ossessiva sulla luce. Realizzato in un periodo triste della vita dell’artista, appena seguente alla morte della moglie Camille, il dipinto tradisce l’inquietudine interiore in tratti pittorici particolarmente frammentati, in una certa rigidezza della pennellata, nella freddezza dei bagliori bianchi che percorrono come un fremito le case e l’acqua, il paesaggio, indistinto e lontano, è privo di ogni accento gioioso, rispecchiato nell’acqua in un’immagine fantasmatica cupa ed immobile: contaminata dal dolore interiore, anche la natura pare raggelarsi e chiudersi in sé stessa…. continua >>>>>

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Pubblicato il sabato 02 luglio 2005 in: Le origini dell'arte moderna

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