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Un quadro alla settimana

Vincent Van Gogh, "I mangiatori di patate"

A cura di arch. Vilma Torselli

Pubblicato il 24/07/2005

"Per quello che riguarda il mio lavoro, penso che il dipinto dei contadini mangiatori di patate, fatto a Nuenen rimane “après tout” il migliore di tutta la mia produzione".(Vincent Van Gogh)

Vincent Van Gogh, "I mangiatori di patate" 1885 olio su tela, 82 x 114
Amsterdam, Rijksmuseum Vincent van Gogh

Come accade non infrequentemente, Van Gogh ha realizzato più versioni di questo dipinto (due disegni, una litografia, un carboncino e tre quadri), impiegando diversi mesi, a conferma sia della sua predilezione per questo tema, sia della componente ossessiva del suo operare, radicata in una sensibilità esasperata e complicata da importanti disturbi psicologici.

La scena che egli ripete più volte, della quale una versione "ufficiale" è oggi conservata ad Amsterdam, al Rijksmuseum Vincent Van Gogh, è ambientata in un interno ispirato alla pittura fiamminga del '600, dove una livida luce radente piove fioca sulle figure da una lanterna appesa, una luce direzionale che ha la funzione di costruire volumetricamente le forme, immerse in un effetto atmosferico polveroso ed avvolgente.
La solennità del rito ed il religioso raccoglimento attorno al misero tavolo contrastano con la frugalità del pasto, patate raccolte in un grande piatto comune, e della bevanda, forse caffè, che una donna versa con attenzione servendosi di povere suppellettili. L'azione si svolge in un ambiente angusto, misero e disadorno, dove nella penombra si intravvedono appena pochi semplici oggetti d'uso comune, il tutto definito ed amalgamato da toni cromatici cupi e freddi, nella scala dei bruni e dei grigi, con tocchi di verde-azzurro sulle superfici su cui batte la luce diretta: unica concessione ad effetto, il controluce applicato alla  figura della bimba in primo piano che, allineata con la sorgente luminosa, definisce l'asse mediano verticale della composizione.
Le mani dei personaggi, i cinque componenti della la famiglia de Groot, assuefatte al duro lavoro rurale, sono grandi e sgraziate, gli sguardi inquieti, i volti irregolari, colti di scorcio, resi con pennellate mosse e tratti tormentati chiaramente espressionisti, animati da un marcato gioco chiaroscurale che accende l'espressività delle fisionomie di un tocco quasi grottesco, drammatica rappresentazione di un campione di umanità umile ma dignitosa, per la quale la squallida povertà delle condizioni di vita è la norma, subita quindi con pacata rassegnazione.

Un altro quadro disperato, dove la fatica di vivere, che Van Gogh riversa sui soggetti pescandola dal fondo del proprio animo, non urla, non si ribella, ma soccombe quietamente e con rassegnazione alle durezze della vita, con la quale o si viene a patti o si muore (Van Gogh scieglierà per sè la seconda via).
In una delle molte lettere al fratello Theo egli scrive: "Ho voluto, lavorando, far capire che questa povera gente che alla luce di una lampada mangia servendosi dal piatto con le mani, ha zappato essa stessa la terra dove poi le patate sono cresciute; il quadro, dunque, evoca il lavoro manuale e lascia intendere che quei contadini hanno onestamente meritato di mangiare ciò che mangiano. Ho voluto far pensare a un modo di vivere completamente diverso dal nostro, di noi esseri civili".

Un dipinto in cui Van Gogh, soddisfatto del risultato,  si identifica appieno, tanto che se ne priva e lo lascia in consegna a Anton Kerssmakers, pittore dilettante, per non cedere alla tentazione di ritoccarlo, progettandone l'esposizione a Parigi, prevedendone la presentazione, la cornice, la tappezzeria di sfondo, un progetto che, come tanti altri della sua vita, non si avvererà mai.
Un dipinto in cui Van Gogh denuncia scopertamente la sua commossa partecipazione, la sua adesione empatica al dolore degli umili, di un'umanità abbruttita dalla fatica con la quale strappa alla terra un misero sostentamento: lavoro, fatica, sofferenza, stenti e povertà sono i temi che vi si intrecciano, sui quali Vincent posa uno sguardo indagatore, disperato ed amorevole, animato da una indomita tensione morale della quale egli stesso è  consapevole, tanto da affermare: "Per quello che riguarda il mio lavoro, penso che il dipinto dei contadini mangiatori di patate, fatto a Nuenen rimane “après tout” il migliore di tutta la mia produzione".

Per noi è molto più difficile scegliere, tra la sua copiosa e straordinaria produzione, il dipinto migliore!

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Leggi anche:
"La camera di Arles" , 
"Vincent Van Gogh e Antonin Artaud, l'incontro di due follie", 
"Il binomio genio-follia e le sue potenzialità creative",
"L'anima delle case"
"Autoritratto"
"Vincent Willem Van Gogh"

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