A cura di arch. Vilma Torselli
Pubblicato il 15/10/2005
" ..... io voglio del vino asciutto.. rosso chiaro… con trasparenza di rubino. Accostando il bicchiere alle labbra, un tepore profumato mi deve leggermente inebriare. Al palato deve apparire quieto, scorrevole e dissetante...... " (Fortunato Depero)
![]() |
|
Fortunato Depero, "Riti e splendori d’osteria", 1944, olio su tavola, cm 120 x 82 |
|
Le allegorie e le leggende legate al vino ed al rituale del bere sono numerosissime e molto lontane nel tempo, la mitologia greca ha addirittura divinizzato questa antica bevanda ed il suo consumo collocando nell'olimpo pagano un dio del vino, mentre il cristianesimo lega simbolicamente il vino al sangue divino (singolare accostamento, divino-di vino!), a sottolineare, in ogni caso, la valenza sacrale del gesto del bere.
Fortunato Depero (1892-1960) esegue nel '44 questo grande dipinto su tavola nel quale restituisce il gusto di una vita dai piaceri semplici, dove stilizzate figure maschili brindano tra fiaschi e calici alzati in una scena tuttavia non priva di una certa aulicità celebrativa: non va dimenticato, infatti, che l'opera di Depero si colloca in un periodo storico nel quale il vino, prodotto tipicamente italiano (non a caso l'antico nome dell'Italia era Enotria, la terra del vino), rappresenta un sicuro punto di forza dell'economia nazionale ed il regime fascista è particolarmente propenso a promuoverne l'immagine in tutti i campi, compreso quello artistico. Il vino, tema sviluppato anche da molti altri artisti contemporanei come Severini, Mafai, Cagnaccio di San Pietro, Dudovich, Muggiani, Franzoni, Metlicovitz, viene così sottolineato nei suoi soli aspetti positivi, simbolo di calore, di passione, di fratellanza, di piacere e di sensualità, mediatore verso ogni libertà espressiva compresa quella dell'arte.
Nel dipinto presentato, giocato sui freddi toni cromatici di verdi-violacei e marroni spenti, grande assente proprio il vino, quasi che l'artista voglia rappresentare soprattutto l'atto del bere, enfatizzato dalle braccia piegate nel gesto dei bevitori e dalle mani che afferrano saldamente i bicchieri, mentre una certa rigidità delle forme solidamente costruite, percorse da linee verticali ed oblique ad andamento geometrico, modera in parte il senso di conviviale euforia dei "riti e splendori d'osteria": Depero, autore fra l'altro di un saggio di gastronomia pubblicato sulla rivista "Futurismo" (1933), dipinge così il suo inno al vino, alimento che deve, come tutto il cibo "futurista", “eccitare la fantasia prima ancora di tentare le labbra” ( "Fisiologia del gusto", prima edizione 1825, di Anthelme Brillat-Savarin).
Pur essendo Depero tra i più attivi artisti nostrani che rimarcano la loro divergenza dal Cubismo e muovono alla ricerca uno "stile" di quello che sarà il Futurismo italiano per una "Ricostruzione futurista dell'universo" ("Noi futuristi, Balla e Depero, vogliamo realizzare questa fusione totale per ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile”), tuttavia il Cubismo, soprattutto quello sintetico picassiano, non appare del tutto rinnegato in questo dipinto, a conferma di quella personale ed originale sintesi tra Futurismo, Cubismo, Orfismo e Astrattismo che colloca l'operare artistico di Depero sotto il controllo di una necessità di costruzione formale di radice cezanniana.
--------------------------------------
Per saperne di più sul vino e sul cibo, leggi le pagine della Guida di Educazione Alimentare, Anna Russo e di Marni, guida di Sogni, che scrive " Il vino appare nei sogni a rappresentare la forza ed il miracolo della vita che si eleva dalla semplice materia e che ubbidisce alla forza dell'immaginazione e dello spirito...." continua >>>>>>
|