Anthony Caro, "Midday"

Una scultura minimalista, spoglia, geometrica, austera, dove i singoli elementi, di per sè di essenzialità estrema, acquisiscono significato completo e complesso in virtù della sintassi assemblativa










Anthony Caro, “Midday” (1964), acciaio verniciato, 233.1 x 95 x 370.2 centimetri (Museum of Modern Art, New York)
Inglese, allievo di Henry Moore, che ne influenza in modo determinante il linguaggio all’esordio della carriera, Anthony Caro (1924) trova poi in America, nell’ambiente degli artisti che gravitano attorno al critico Clement Greenberg, ’scopritore’ di Pollock, teorico del movimento Post Painterly Abstraction, gli elementi fondanti del suo linguaggio plastico in cui ogni implicazione formalistica è ridotta al minimo, spoglio, geometrico, austero, dove i singoli elementi, di per sè di essenzialità estrema, acquisiscono significato completo e complesso in virtù della sintassi assemblativa.
Kenneth Noland, Jules Olitski, Frank Stella, Helen Frankenthaler, ma soprattutto lo scultore David Smith e lo stesso Greenberg lo indirizzano a depurare il suo linguaggio espressivo da ogni residuo di figurazione, traccia della sua formazione in Inghilterra, a favore di forme astratte in grado di attivare un rapporto fisico con lo spettatore, piuttosto che indurre reazioni emozionali, prive di caratteri figurativi riconoscibili, ma dense di contenuti concettuali.

L’opera presentata riassume molte delle caratteristche peculiari della scultura di Caro, una scultura minimalista che vuole recuperare la purezza elementare delle cose primarie, l’essenza originaria dell’arte, trovandola nell’ordine, nella semplicità, in ciò che è strettamente necessario per ottenere il massimo risultato con il minor impiego di mezzi, una scultura poderosa che tuttavia rifugge dalla monumentalità e chiede di entrare in contatto ravvicinato con l’osservatore, di rapportarsi con l’intorno, di essere guardata da diversi punti di vista per apparire sempre diversa.
La struttura, come avviene sempre per le opere di Caro, non ha piedistallo, non si eleva da un supporto estraneo ad essa, poggia direttamente sul terreno, rispetto al quale si sviluppa in orizzontale - anche questa una caratteristica ricorrente - rifuggendo da ogni organizzazione verticalistica e quindi gerarchica degli elementi assemblati: in una dialettica paritaria tra le singole parti, in un pacato confronto fra elementi dissimili, l’opera esprime un grande senso di equilibrio nel quale qualcuno ha voluto riconoscere la radice ebraica dell’autore.
In contrasto con la rozza finitura industriale, lasciata a vista per enfatizzare il carattere funzionale dell’opera, la superficie della struttura metallica si colora di un giallo squillante che pare accordarsi con gli spessori e le dimensioni della materia, funzionando come una pelle, senza però alterare in maniera significativa rottami di ferro, putrelle e residui d’officina che tali restano e che, per una sorta di magia gestaltica, nel loro assemblaggio realizzano concretamente in termini di greve matericità l’idea di un rapporto formale astratto e concettuale.

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Pubblicato il domenica 28 maggio 2006 in: Un quadro alla settimana

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