
“Un uomo guarda il cielo.
Giorno e notte.
Nuvole e rondini, luci e buio.
Il vento. Non dice niente, è lì seduto, immobile, trema, respira a fatica. Perché disturbarlo? Perché mi sono avvicinato, per poi fermarmi ad un metro da lui, immobile anch’io, per non farmi sentire? Un’attrazione straniera mi ha spinto. Ed ora gli sto sfiorando le spalle, vorrei attirare la sua attenzione. Non ottengo risposta. “Allora?”, fa lui rompendo d’improvviso il silenzio. “Posso parlarti?”, insiste, e così il mio banale tentativo di prender tempo: “Ho fretta, devo scappare”. “Per favore ragazzo, resta”. “Ma, signore, cosa vuole da me?”, e la sua sorprendente risposta: “Ti ho atteso a lungo, ma ho avuto ragione ad aver fiducia… oh Dio, finalmente l’hai mandato, il mio angelo, a salvarmi… e adesso devi dirmi cosa devo fare, ho tanto pregato, e ho avuto tanta paura, ma finalmente ora tutto mi è chiaro, tu sei arrivato… “.
Intanto io riesco solo ad ascoltarlo, stupito e sconcertato, e sento il mio corpo, il mio sangue, i miei vuoti pensieri bloccati. “So che la mia fine è vicina, ma ormai riesco a vedere aldilà, ed è tutto un baluginare di immagini divine”. Ed io invece ho una tremenda paura delle parole sconcertanti di quest’uomo. La mia curiosità esecrabile m’ha portato in questo pasticcio.
Non mi sarei mai dovuto avvicinare.
Ora questo pazzo, o sono io il pazzo, non so ancora, sta piangendo ad un passo da me. E non posso non provar pena per lui. Sono veramente stordito. Ma pensa davvero che Dio abbia mandato me a salvarlo? Proprio io, il più egoista degli uomini? Il più vuoto? Come puoi fargli questo, Dio crudele! E fare questo a me! Come posso non odiarti, se continui a perseguitarmi cosi! Non lo stai vedendo questo vecchio moribondo inginocchiato ai miei piedi? Aiutalo! Sai benissimo che io non posso nulla per lui! Dio! Dio! Perché? Due lacrime leggere stanno scivolando sulle mie guance aride. Farlo morire così, Dio mio… un uomo e un ragazzo. Soli nel silenzio tempestoso. Poi un urlo. Acido. Straziante. Un urlo di morte. Tutto già scritto. Il ragazzo ha paura di stringerlo a sé, adesso è lui ad urlare il suo dolore. Contemplazione della morte. Morte che drammaticamente ci avvicina a Dio. Morte e Dio che sono misteri assoluti. Morte che possiamo solo aspettare. Dio in cui possiamo solo credere.
Ho voglia di averti qui con me.
Adesso.
Il ragazzo torna a casa confuso, affranto, stanco. La luna fa di tutto per sottrarsi al suo sguardo. Nuvole in fuga nella notte. In fuga come lui.
Una fuga inutile.
La morte non è una fuga.
La morte è un angelo che ti porta lontano dal dolore.
Per sempre. Ma oggi ci sei solo tu, amore, ad allontanare da me la sofferenza.
Ed io vorrei tanto saper ricambiare.”
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Antonio Prudenzano - “Abrasioni” Racconti
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Luisa Maria Carretta









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