Trieste - “Andy Warhol's Timeboxes”

Trieste si prepara a vivere l’evento culturale dell’anno: il 21 luglio prossimo aprirà “Andy Warhol’s Timeboxes”, la mostra a cura di Gianni Salvaterra che si riallaccia idealmente ed in modo diretto ad uno dei filoni più enigmatici della produzione di Warhol, le time capsules, alcune della quali, provenienti dal Museo Andy Warhol di Pittsburgh e dalla fondazione Andy Warhol di New York,

Trieste
Pescheria Nuova
Riva Nazario Sauro 1
21 luglio 2006 - 18 febbraio 2007

“Andy Warhol’s Timeboxes”

Trieste si prepara a vivere l’evento culturale dell’anno: il 21 luglio prossimo aprirà “Andy Warhol’s Timeboxes”, la mostra a cura di Gianni Salvaterra che si riallaccia idealmente ed in modo diretto ad uno dei filoni più enigmatici della produzione di Warhol, le time capsules, alcune della quali, provenienti dal Museo Andy Warhol di Pittsburgh e dalla fondazione Andy Warhol di New York, vengono presentate ed analizzate, individuandovi il nucleo originario di quella poetica dell’accumulo e del ready-made che costituisce l’asse portante dell’attività di Andy Warhol e di tutta la Pop Art americana.

Due le sedi scelte: il Museo di Arte Moderna e Contemporanea Pasquale Revoltella e la Pescheria Nuova, in Riva Nazario Sauro 1, edificata nel 1913, opera dell’architetto Giorgio Polli che nel progetto si trovò a dover rispettare da una parte gli importanti i requisiti dettati dalla destinazione e dell’uso della costruzione come le caratteristiche igieniche, la funzionalità dell’aula di vendita, una specializzazione delle strutture e dall’altra l’esigenza di coniugarle la prospettiva neoclassica delle rive.
Il risultato fu un edificio in stile liberty con sette vetrate sulla facciata ed una torre slanciata, a forma di campanile, che è valsa all’edificio il soprannome popolare di “S. Maria del guato” (il pesce più pescato nel golfo di Trieste). La torre, caratteristica dell’edificio, serve a nascondere i meccanismi di sollevamento dell’acqua necessario al cambio delle vasche del Civico Acquario Marino uno dei musei più amati e frequentati.

La Pescheria dopo i lavori di ristrutturazione e riconversione tutt’ora in corso, diventerà Centro espositivo d’Arte Moderna, sede di mostre, manifestazioni culturali e sarà inaugurata in occasione di questo evento, ma Andy Warhol’s Timeboxes” e’ già in anteprima a Trieste nella sala da ballo del Museo Revoltella in attesa dell’inaugurazione della mostra completa.

Andy Warhol comincia a raccogliere fin da bambino, con ossessiva metodicità, in piccole scatole di cartone marrone tutte uguali che alla fine della sua vita supereranno le seicento unità, gli oggetti più disparati che gli passano per le mani (foto, ritagli, cartoline, articoli di giornale, racconti sulla sua infanzia a Pittsburgh, manifesti, pezzi di pellicola, fatture), legati a momenti della sua esistenza in apparenza non necessariamente di particolare significato: egli chiama queste scatole Time capsule, a significare la volontà di custodire e preservare, intrappolandoli diligentemente entro le pareti di cartone, non tanto gli oggetti quanto il tempo stesso della loro esistenza, la durata di un effimero arco temporale, un attimo irripetibile bloccato e congelato in un insignificante frammento di materia. Piccolo museo antropologico metodicamente organizzato e mensilmente completato, catalogato ed archiviato (sul significato antropologico del materiale si sono espressi anche Jim Richardson, curatore del Museo Carnagie di storia naturale e John W. Smith, responsabile del Museo Andy Warhol di Pittsburgh ), la time capsule è il personale tentativo di bloccare la memoria per l’eternità, di fare ordine nello scorrere caotico del tempo della propria vita, di imbrigliare in una cronologia documentata un minuzioso racconto autobiografico fermandone e concretizzandone le emozioni: in seguito, Warhol attingerà a questi cassetti della memoria per trovare spunti ed ispirazioni per la sua arte, che, fedele a questa ossessione giovanile, resterà sempre legata ad una più o meno radicale feticizzazione dell’oggetto comune.

Probabilmente Warhol non si propone alcun fine con quella sua ordinata raccolta di scatole monotonamente uguali dove nulla fa sospettare le differenze del contenuto e dove ogni scatola è un pozzo delle meraviglie dal quale può uscire qualunque cosa: c’è un fondo marcatamente infantile in questo grande gioco dei pacchi (non dimentichiamo che le time capsules sono più di seicento), ed anche l’ambiguità di un adulto-bambino che in qualche modo prepara una sorpresa post mortem con una sorta di autocelebrazione ironica e, come spesso accade quando si parla di lui, istrionica e dissacrante.

Tema cruciale della mostra, lo spazio interno, lo spazio cavo inteso nella sua valenza architettonica di contenitore con precise caratteristiche morfologiche seppure in assemblamento apparentemente casuale, ma soprattutto metafora dell’interiorità, ricettacolo dei più personali segreti psicologici, uno spazio monocromatico ludico e privo di funzioni specifiche, dove entrare e dal quale uscire secondo una successione logica e tuttavia senza uno scopo, interiorizzando il concetto della scatola per porsi in sintonia ed in empatia con le modalità creative di Andy

La mostra rimanda proprio all’aspetto infantile e giocoso della sorpresa e della scoperta, attraverso le sue strane macro-scatole transitabili, stargate attraverso i quali penetrare nello spazio-tempo della memoria, attivando il ricordo di una personalità ambigua e per certi versi incomprensibile, in parte ancora da scoprire, come il contenuto delle sue time capsules.

Sarà l’occasione per intraprendere un viaggio affascinante alla scoperta delle fonti ispirative di un artista tra i più discussi del secolo scorso, per tentare di capire, attraverso per esempio le scarpe che ispirarono “Diamond dust shoes” o le vecchie foto di Marylin Monroe alla base delle più celebri elaborazioni grafiche e serigrafiche, i processi creativi che lo portarono alla definizione del suo linguaggio espressivo.
Perché nelle scatole di Andy si trova ciò che lui ha voluto tramandarci, forse inconsciamente, come la più significativa traccia di sé, accuratamente sigillata e datata in ordinati, anonimi contenitori di cartone usciti dal buio del ripostiglio del suo studio per finire al museo di Pittsburgh ed ora alla ex Pescheria di Trieste per mettere in scena, postuma, la più strabiliante decontestualizzazione di tutta una straordinaria carriera artistica.
E’ questa la vera Pop Art

un articolo di:

Luisa Maria Carretta, guida di Friuli Venezia Giulia
Vilma Torselli, guida di Arte moderna

Leggi anche “Andy Warhol e i ritratti di Marylin“, “Elvis I and II

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Pubblicato il lunedì 27 marzo 2006 in: ========================3 Friuli & Mostre

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