Philippe Marlowe ed Humprey Bogart
di Alessandra Spagnolo
Quando compare per la prima volta in “Killer in the rain” ha trentotto anni ed è profondamente cinico. Egli non ha l’illusione che la sua indagine potrà cambiare in qualche modo il mondo in cui è costretto a vivere, il suo è solo un mestiere. Apparirà in altri nove romanzi, tra i quali i capolavori che hanno reso immortale il loro autore, “Addio mia amata”, “Finestra sul vuoto” e molti altri. Ma è “Il grande sonno” a rendere Marlowe, nell’immaginario, il detective per eccellenza.
Chandler ebbe un rapporto travagliato con Hollywood e non faceva mistero di occuparsi di cinema solo per denaro. Infatti, nonostante abbia sceneggiato diversi romanzi fra cui uno di James Cain da cui venne tratto il film Double Identity, “Il grande sonno” venne sceneggiato da William Faulkner e venne portato sullo schermo da Howard Hanks nel 1939. Ma senza la cicatrice sul labbro di Bogart il personaggio non sarebbe credibile. E’ alla sua interpretazione che si associa automaticamente la faccia del detective nell’immaginario.
I libri di Chandler arrivarono diverse volte sul grande schermo: “Farewell, my lovely”, in italiano “Addio, mia amata”, venne trasposto due volte, nel ’42 da Irving Reis e nel ’44 da Edward Dmytryk. Un’altra interpretazione memorabile resta quella di Robert Mitchum, nel film di Richards, che interpreta un Marlowe stanco, ingrassato e disincantato, con 20 anni e tanta amarezza in più sulle spalle.
Una curiosità: quando l’autore scriveva, aveva in mente, per il suo personaggio, Cary Grant, che non si confrontò mai con il ruolo. Personalmente non riesco a vederlo in quei panni, mentre Bogart, con la sua sigaretta ed il suo sguardo duro che guarda Laureen Bacall è entrato quasi nel quotidiano.

Sabina Marchesi









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