Si importavano componenti elettrici e si assemblavano sul posto in grandi capannoni di lamiera grazie alla manodopera di numerosissimi emigranti, in massima parte italiani.
Anche gli argentini arrivavano fino ad Ushuaia provenienti dalle provincie più lontane, ma la loro era una permanenza a breve termine, con lo scopo di guadagnare in fretta e ripartire per la destinazione d’origine quanto prima possibile.
Gli italiani invece partivano per restare, e si amalgarono subito creando un’identità locale sul posto.nbsp; Ancora abitano ad Ushuaia i discendenti di alcuni emigranti friulianinbsp; giunti con altrinbsp; 1100 connazionali nel lontano 1948. Un imprenditore bolognese aveva vinto un appalto del governo argentino per costruire due nuovi quartieri dell’agglomerato urbano, poco più di un villaggio, allora in piena espansione e che contava ancora solo 2200 anime. Ushuaia, che oggi ha oltre 50.000 abitanti deve molto agli immigranti italiani, che forgiarono letteralmente il cuore di questa cittadina ai confini del mondo.
Ecco il ricordo di uno degli emigrati Friulani, “Un giorno, nel 1948, un tizio venne a cercarmi mentre stavo scolpendo un monumento ai caduti per la guerra. Mi disse che cercavano gente per andare a lavorare in Argentina. Ma bisognava presentarsi subito a Bologna per le interviste. Era il 28 giugno, ed il monumento si inaugurava per San Pietro, cioè il giorno dopo. Ovviamente io non potevo mancare. Così rinunciai.”
Nel settembre successivo, nel 1949, fu imbarcata un’altra spedizione di manodopera italiana. Salparono il 26 settembre da Genova. Fu una traversata difficile, con onde alte oltre 10 metri, destinazione la fine del mondo. Agli italiani Ushuaia piacque subito, “con le montagne che ricordavano le nostre Alpi, anche se qui sprofondano a picco sul mare”.
Tuttavia le sorprese e lo scontro con la dura realtà iniziarono subito: “Quando arrivammo, il 28 ottobre, c’erano 14 gradi, ma fu solo un abbaglio. Già il giorno successivo, alle 7 di mattina iniziammo a lavorare e faceva freddissimo e nevicava. E noi avevamo ancora tutti i nostri vestiti nella stiva!”.
Alla fine dei due anni dell’appalto contrattuale, molti decisero di fermarsi in Argentina, anche perché l’imprenditore se ne andò di nascosto nonostante tutti avessero diritto al viaggio di ritorno.
Ushuaia è ancora oggi il nbsp;luogo che è considerato la Fine del Mondo. Si trova nel Parque Nacional de la Tierra del Fuego a Lapataia. Il percorso per arrivarci coincide con la Ruta 3, la strada che inizia a 3.000mila chilometri dalla piazza del Congresso di Buenos Aires e percorre tutta la costa argentina. Il viaggio dalla capitale fino alla “fine del mondo” è sempre estremamente emozionante oggi, come lo fu all’epoca per i nostri connazionali che giungevano in un paese ostile, ma estremamente suggestivo.
Un’infinita galleria di panorami impossibili e di contrasti naturalistici al limite dell’estremo, per giungere infine a una cittadina di appena 50.000 anime, che sembra uscita da un cartone animato, con i suoi tetti di lamiera, le casine fatte a chalet, i tetti a punta, e le pareti di legno colorato, come una piccola costruzione dei Lego.
Alla periferia di Ushuaia, dove il paesaggio diventa più brullo, e sono ancora evidenti, come i resti di una bidonville, le tracce degli antichi insediamenti industriali, un cartello conferma la fine della Ruta 3. Si può andare ancora oltre ed il sentierino arriva su un’ultima rocca. Tutt’intorno, scogli e altre isolette, ed anche un pinguino perso arrivato da chissà dove. Questo non è ovviamente il punto più a sud, ma è forte la sensazione di trovarsi in uno dei luoghi più estremi del pianeta. La gente di qui non considera questa regione la fine del mondo, ma il centro e l’inizio di tutto. Per il turista rappresenta invece la struggente atmosfera di una vera, autentica e inimmaginabile terra di confine.
Sabina Marchesi

Sabina Marchesi









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