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Misteri e Delitti

Immigrati e Criminali, Quando gli Altri eravamo Noi

A cura di Sabina Marchesi

Pubblicato il 12/06/2005

Si chiamava Gaetano Godino, ed era figlio di qualche immigrato italiano giunto in Argentina con le grandi navi che salpavano da Genova, all’epoca della grande immigrazione verso le terre dell’America Latina.

foto intervento

I giornali argentini lo chiamavano “El Petiso Orejudo”, il ”monello orecchiuto”, era un piccolo ragazzino dalle grandi orecchie a sventola, fragile e allampanato. Fu rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Ushuaia, nel 1912, accusato e processato per le stragi di bambini che sconvolsero Buenos Aires, che lui uccideva insensatamente strangolandoli e conficcando loro un chiodo in testa.

L’ondata di violenza di tali efferati assassinii rivolti contro creature spesso ancora in fasce, nell’ambito di un contesto tutto sommato pacifico, fu tale da scatenare una vera e propria campagna giornalistica contro i nostri connazionali, emigrati in Argentina in cerca di sano e onesto lavoro.

Sull’onda delle teorie antropologiche e criminalistiche dell’ italiano Cesare Lombroso, il Professor Cornelio Moyano Gacita, dalle pagine dei giornali, teorizzava “La scienza ci insegna che insieme col carattere  intraprendente, intelligente, libero, inventivo e artistico degli italiani c ’è il residuo della sua alta criminalità di sangue”.

Tanto bastò per scatenare la più grande persecuzione contro gli emigranti italiani mai vista e conosciuta, che dilagò a vista d’occhio in tutta Europa, dove molti paesi chiusero le porte al flusso dei nostri connazionali, che ogni anno ancora sbarcavano su territori stranieri in cerca di fortuna o di semplice sopravvivenza.

Così la Svizzera si rivoltò contro le migliaia di immigrati bellunesi e bergamaschi che ogni anno varcavano le frontiere in cerca di lavoro stagionale.

In Francia partì una campagna contro gli italiani che “rubavano il lavoro ai loro ragazzi”, talmente violenta da scatenare uno scontro nel 17 Agosto del 1893, dove perirono nove italiani che lavoravano duramente per una paga da miseria nelle saline della Camargue, in condizioni sanitarie tali che nessun lavoratore francese vi avrebbe mai messo piede.

 

Il massacro fu poi ricordato solo nel monito di un’antica canzone popolare che recitava: “Acque morte ci addita l’orrenda / ecatombe di vittime inulte / No, jamais, sì ferale tregenda / in Italia obliata sarà”, mentre i giornali francesi riportavano frasi di ben altro genere”.

 

E intanto sui giornali francesi Maurice Barrès scriveva: «Il decremento della natalità e il processo di esaurimento della nostra energia hanno portato all’invasione del nostro territorio da parte di elementi stranieri che s’adoprano per sottometterci”.

 

Nel frattempo il quotidiano Le Jour incoraggiava il governo a proteggere i francesi «da questa merce nociva, e peraltro adulterata, che si chiama operaio italiano».

 

A New Orleans, dove gli italiani lavoravano duramente nei campi di cotone, con turni massacranti, per sostituire gli schiavi negri, affrancati dalla recente legge, portando tra l’altro la produzione a una crescita del 40% procapite, un gruppo di siciliani fu accusato senza prove di un omicidio, e poi regolaremente assolto dopo un legittimo processo.

La popolazione locale, che non era soddisfatta del verdetto, scese compatta in strada per un linciaggio, nel corso del quale 11 nostri connazionali furono prelevati dal carcere da una folla inferocita di oltre 20.000 persone e trucidati senza pietà, per un reato che non avevano commesso.

 

Il Presidente americano di allora, Benjamin Harrison, rischiò di essere incriminato dal Congresso solo per essersi pronunciato “contro” il linciaggio e per averlo definito “un’offesa contro la legge e l’umanità”.

 

Contemporaneamente i giornali locali scrivevano “Il clima mite, la facilità con la quale ci si può assicurare il necessario per vivere e la natura poliglotta dei suoi abitanti hanno fatto sì che, sfortunatamente, questa parte del Paese sia stata scelta dai disoccupati e dagli emigrati appartenenti alla peggiore specie di europei: i meridionali italiani (...) Gli individui più pigri,depravati e indegni che esistano (...) Tranne i polacchi non conosciamo altre persone altrettanto indesiderabili».

 

Gli organi di stampa e di informazione di tutti i paesi del mondo incoraggiarono di conseguenza una vergognosa campagna di diffidenza verso i nostri connazionali definiti di volta in volta nel modo peggiore possibile e immaginabile.

 

Secono l’opininione pubblica, gli italiani erano: “Gli immigrati più rozzi nell’aspetto esteriore come anche moralmente ed intellettualmente”, “Mille volte peggio degli sporchi irlandesi”, “Quelli che vivevano in una depravazione orribile, poiché non è raro che la baccana che affitta casa come pensionato divenga l’amante e la concubina di tutti gli operai”.

 

Nel 1922 l’italiano Francesco Fazio, di ritorno a New York, dopo aver combattuto valorosamente per l’Italia nella Grande Guerra del 1915/1918, si vide rifiutare l’ingresso negli Stati Uniti, dove si era già costruito un futuro e una famiglia, perché “analfabeta” secondo le nuove leggi, e quindi “fuori quota”.

 

Quasi contemporaneamente l’Alabama, il North e il South Carolina decisero di accettare nel loro paese solo “cittadini bianchi di nazionalità americana, irlandese, scozzese, svizzera, francese e ogni altro straniero di origine sassone, purchè non italiano”, mentre la Louisiana non consentiva “ai bimbi italiani di frequentare le scuole dei bianchi”, perché li consideravano esseri di origine inferiore.

 

E intanto i giornali argentini ancora tuonavano contro i nostri connazionali, accusati di essere “avidi accapparratori delle ricchezze nazionali”, di aver incrementato i reati e di aver fatto sì che “nel 1875 il 75% delle prostitute registrate a Buenos Aires erano nate all’estero”.

 

In questo modo per gli emigranti italiani si allontanava il sogno, caro a ogni lavoratore, di trovare «un tetto per ogni famiglia, un pane per ogni bocca, una educazione per ogni cuore».

Si attestava così in tutto il mondo una concezione negativa dell’emigrazione italiana, i grandi viaggiatori descrivevano il nostro come un “bel paese, ma brutta gente”, i nostri bambini in America “non erano considerati di razza bianca”, e gli adulti “non erano annoverati nel censimento della popolazione”, gli Australiani nutrivano un terrore fobico per l’invasione “dell’orda color oliva” composta dagli immigrati veneti e piemontesi, gli abitanti di New Orleans linciavano i nostri connazionali dopo un legittimo processo che li aveva legalmente assolti, e quelli di Aiques Mortes, in Francia, massacravano nove italiani rei solamente di aver accettato dell’onesto e necessario lavoro a basso prezzo.

Gli Svizzeri ci sospettavano di essere sporchi e degradati, e ci ritenevano colpevoli di vendere bambini e prostitute perfino ai bordelli del Cairo e di Alessandria d’Egitto. Non molto tempo dopo la criminalità mafiosa esportata negli Usa e in Canada, contribuiva a peggiorare l’immagine che di noi aveva il mondo.

Per oltre un secolo gli emigranti italiani sono stati considerati essere inferiori e indesiderabili, una casta rifiutata e dei paria.

Sarà forse per questo nostro recente passato, e per la lunga lista di invasioni, dominazioni e persecuzioni di cui è costellata la nostra storia, che oggi siamo riconosciuti come il popolo più lungimirante, illuminato, democratico e garantista di tutto il mondo occidentale.

Con tutte le implicazioni collaterali che da questo impegno derivano, ancora una volta, ci distinguiamo tra le nazioni per le caratteristiche di adattamento ed apertura mentale che da sempre ci hanno contraddistinto e che hanno contributo a fare degli italiani “un popolo di santi, di eroi, di esploratori e di navigatori..:”.

Dopotutto la culla dell’umanità, della cultura e della giurisprudenza ha avuto base in Roma, la Capitale del Mondo.

Sabina Marchesi

 



 

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