La Pubblica Distruzione

Come annichilire uno studente dotato senza tanti perché

Lo ricordo come se fosse ieri. Era un uomo calmo, sereno, buon parlatore. Soprattutto, era il padre di uno dei miei primi alunni. Solo una raccomandazione lanciò a me e ai colleghi, nell’incontro preliminare con le famiglie:” Vi affido un bambino onesto, studioso, innamorato dei libri, fiducioso nella cultura. Restituitemelo come è”.

Quella che ci sembrò arroganza era in realtà utopia, perché al ragazzo, davvero dotato, davvero amorevole, la scuola ha sottratto scampolo a scampolo fiducia, gioia, orgoglio, voglia di fare.

Non ero ancora rotta ai paradossi della didattica (del resto, avevo solo 26 anni e tanta voglia di insegnare) e mi pareva abominio quella che, ahimè, è la prassi educativa della scuola, oggi.

C’era una immagine particolarmente suggestiva sulla metodologia dell’educatore, che deve porsi come un cacciatore e puntare più in alto per colpire la preda. Oggi questo paragone è terribilmente anacronistico: i fautori dell’approccio soft, della banalizzazione del dettato didattico, della promozione comunque ci invitano a ridimensionare gli obiettivi, a variare l’insegnamento, a modernizzare i temi.

Così, il libro di testo diventa la Bibbia di riferimento e le case editrici, coerenti con l’andazzo nobilitato come didattica modulare, fanno a gara nel semplificare i testi, colorarli, infarcirli di immagini più o meno coerenti, gremirli di prove semistrutturate per cerebrolesi.

In assenza di una vera epistemologia anche i docenti, spaesati tra le minacce dei genitori, che si fanno paladini dei figli e che a tutti i costi ambiscono per loro e più di loro a valutazioni assolutamente non coerenti con il basso profitto, e l’onere di verbali da riempire, corsi di recupero da attivare, sportelli di ascolto a cui adempiere, puniti dal discredito sociale se richiedono agli sfaticati rampolli un minimo di applicazione, i docenti, dicevamo, mollano le redini e si fanno ripetitori dell’ovvio, confidenti e amici, non educatori.

Chiediamo in sostanza agli alunni ancora meno di quanto sarebbero disposti a fare, con un unico grave risultato: chi non sa continua a non imparare, convinto di poter procrastinare il recupero fino all’ultima interrogazione, mentre chi sa si annoia.

Brutta situazione, in classe, per i temerari che amano davvero apprendere: i compagni li scherniscono e ne sfruttano la saggezza (creando un circolo vizioso in cui si suggerisce per ottenere il plauso sociale e si ha in cambio invece la derisione e la canzonatura), i docenti li temono, perché nei loro desideri frustrati leggono le proprie colpe, le valutazioni li puniscono, perché a chi è bravo non si regalano voti su voti, le istituzioni li trascurano, perché gran parte dei fondi scolastici sono destinati a far ripetere nei recuperi pomeridiani a masse di assenteisti quanto non hanno ascoltato la mattina.

Nei toni grotteschi e saggi che le sono consueti, Paola Mastrocola ci presenta in Una barca nel bosco il dramma di un ragazzo onesto, innamorato dei classici e della cultura, che, in una sorta di Bildungroman al contrario, disimpara le lettere e acquisisce lo slang e le mode giovanili alla ricerca di un’accettazione che è inversamente proporzionale alla serietà e alla passione per lo studio.

Tra professori di liceo la cui didattica consiste nell’ascolto di audiocassette e nella visione di film, tra presidi che sanno consigliare solo l’intervento dello psicologo di istituto, tra tutor che identificano nel possesso della Playstation e di altri status symbol l’autostima di un giovane, tra docenti universitari velleitari e corrotti, in un ambiente lavorativo in cui le referenze e le raccomandazioni valgono più dell’affidabilità e della preparazione, in questo disastro che è diventato il mondo, Gaspare Torrente, l’indimenticabile protagonista, troverà una sua anomala realizzazione che sta alla società come la barca in un bosco

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