Il premio Campiello 2005 a Pino Roveredo

Mandami a dire: una silloge di racconti umanissimi.

Per la prima volta, un ex aequo ha permesso a due autori diversissimi, Pino Roveredo e Antonio Scurati, di essere insigniti del prestigioso premio Campiello.

Il trionfo di Roveredo apre nuovi spiragli alla nostra letteratura, da tempo divisa tra il parlare misurato e accademico di alcuni e lo stile più violento e realistico di altri.

Mescolando stili e tematiche, l’autore affronta argomenti scottanti senza la retorica buonista con cui vengono di solito infarciti e banalizzati, ma anche senza quella virulenza espressiva che ha estremizzato la gioventù cannibale degli anni Novanta.

Le emozioni trasmesse sono saccheggiate a piene mani dal difficile vissuto dell’autore, figlio di due artigiani sordomuti, giovanissimo operaio di provincia, detenuto modello e addirittura ospite di un centro di salute mentale dalla cui degenza trarrà linfa per tutti i suoi romanzi ambientati in istituti psichiatrici.

Ognuno dei quattordici racconti che compongono la silloge Mandami a dire nasce da una situazione di disagio esistenziale, rivelata al lettore come espressione puramente personale e non come manifesto sociale: il dolore che aleggia nel romanzo è quello, inquieto, di una vita ai margini della normalità, abbrutita da rancori, sospetti, incomprensioni.

Non a caso, in Parlare con le mani, ascoltare con gli occhi, il brevissimo racconto-confessione che apre l’antologia e ne svela la poetica, Roveredo dimostra l’inutilità della parola, che, anzi, sostituendosi ai gesti, priva l’uomo di corporeità e sensualità.

Una folla di personaggi balugina, poi, nei brevissimi racconti: un padre che ha perso il figlio in un incidente stradale e urla tutta la propria disperazione, un altro che, dalla sua progenie, non ha avuto soddisfazioni, un terzo respinto dal mercato economico e costretto a sacrificare al lavoro nero il proprio figlio tredicenne, un lavoratore indefesso che non sopravvive al baratro della pensione, un corridore gregario che subisce un incidente ad un passo dalla sua prima vittoria, un suicida ucraino occultato via tra l’indifferenza della gente e il pettegolezzo che, al contrario, sa ledere irrimediabilmente la reputazione e la vita altrui.

In questa umanità dolente, in questa disperazione inesprimibile perché schiacciata dalle convenzioni, si svela la sensibilità dell’autore che sa dar voce al drammatico silenzio in cui si lacerano oggi troppe vite.

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