
Articolo di Andrea Vesentini
Pubblicato martedì 29 agosto 2006 su NSC anno II n. 23
DAL NOSTRO INVIATO DAGLI STATI UNITI - Una storia vera, il primo lungometraggio sull’attacco al World Trade Center che ha cambiato la storia. Due poliziotti dell’autorità portuale vengono recuperati dopo ore dalle macerie delle torri gemelle.
Dopo cinque anni, il cinema è pronto a confrontarsi con l’inavvicinabile, e vivere la storia con meno retorica e più umanità. World Trade Center di Oliver Stone non offre una lettura politica degli avvenimenti, ma si limita a presentare il lato umano della vicenda, raccontando la storia vera di due poliziotti della Port Authority rimasti intrappolati sotto le macerie.
Il cinema, nato come finzione, divertimento e arte, di fronte alla tragedia individuale e collettiva, umana e storica, diventa semplicemente racconto - rinuncia a ogni figura retorica perché la verità supera ogni commento e punto di vista: Stone sceglie la storia di John McLoughlin e William Jimeno, due dei venti superstiti recuperati dalle macerie. Ma il regista non prende la strada del documentario, e porta sullo schermo tutto il pathos, l’angoscia, la sofferenza di quella giornata fatidica.
Al di là di ogni analisi politica o sociologica, senza dare alcun giudizio ideologico, quello che viene rappresentato è il dolore privato, individuale: forse la chiave di lettura più autentica per leggere i fatti. La tragedia di quella data sta nel modo in cui la storia è entrata nelle nostre case, con l’irruenza di tonnellate di cemento, sconvolgendo le nostre vite e segnandole per sempre, trasformando quello che fino a poco prima era il centro del mondo in un insensato campo di battaglia, la terra di nessuno (o “la terra zero” come è stata ribattezzata), forse il nulla o forse il punto di partenza per un mondo diverso.
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