A cura di Càralu
Pubblicato il 24/04/2006
Articolo di Antonio Lepori, insegnante di filosofia. Tratto da L'Unione Sarda del 24 aprile 2006.
La lingua sarda non è proprietà esclusiva di nessun partito o schieramento politico, tantomeno è proprietà dell’Amministrazione regionale sarda: essa è valore di specialità e di autonomia, fa parte della nostra storia e riprendere a conoscerla ed usarla non ci farà rinchiudere in uno sterile isolamento ma ci
farà andare da protagonisti verso l’Europa. Su Sardu est de totus!
Io sono sempre stato contro i contenitori vuoti e sterili, contro il parlare tanto per parlare, contro il presenzialismo frenetico di chi pur di apparire sui giornali si atteggia a tuttologo. Se intervengo è perché non voglio che il mio silenzio sulla questione possa essere interpretato come neutralità o addirittura accettazione di decisioni che vanno contro i valori linguistici e culturali della Sardegna. Tutt’altro.
Un grosso errore dell’amministrazione regionale è quello di aver sperperato in questi anni fiumi di parole e di denaro pavoneggiandosi di chiacchere, senza far nulla per difendere davvero la lingua sarda.
Si è parlato molto ed agito poco e male, in modo superficiale e per di più mortificando la varietà campidanese perfino nel nome che la Regione continua pervicacemente ad usare, il termine logudorese limba considerato a torto più sardo del campidanese lingua .
Vorrei inoltre sapere perché nelle varie commissioni di pseudo esperti la gran maggioranza di essi è espressione di altre varianti e ci si guarda bene dal chiamare a farne parte i sostenitori del campidanese. A mio parere anche con questa sciagurata iniziativa della Limba Sarda Comuna, come già è avvenuta per la famigerata Limba Sarda Unificada , la Regione ha sprecato una grande occasione, quella di iniziare finalmente una seria politica linguistica e culturale. Si continua a restare indietro, ostinandosi nell’imporre una soluzione verticistica della questione dell’“unificazione” delle varietà del sistema linguistico sardo.
Non ha senso parlare di lingua sarda unificata perché essa è già unificata per il fatto stesso di essere lingua e non dialetto italiano. Tutte le varietà hanno le stesse regole grammaticali e sintattiche e parlare di unificazione dimenticando questo semplice ed ovvio fatto significa voler nascondere il vero obiettivo: quello di imporre una varietà sulle altre e dare a qualche ambizioso personaggio la gloria di “unificador”. Bisogna ritirare immediatamente la delibera e dare segnale concreti mettendo in moto i tanti operatori della cultura, sostenere l’iniziativa privata dei singoli, gruppi e associazioni, i lavori delle insegnanti, dei poeti, degli improvvisatori, dei ricercatori.
Tutte le lingue hanno un dizionario di base che va da cinque a settemila parole usate nella stragrande maggioranza delle occasioni dell’esistenza umana. Bisogna insomma investire soldi ed energie nel grande progetto di fare il dizionario di base della lingua sarda.
Per fare un esempio, il termine pinna è usato dappertutto, non può essere né campidanese né logudorese né di alcuna altra variante. È sardo e basta. È sardu de totus .
Altro esempio: scegliere le terminazioni maggioritarie. Se il participio passato in -au è più diffuso del participio passato in -adu o in -atu, è evidente che nei dizionari del sardo di base quella in -au sarà la prima opzione mentre le altre due terminazioni saranno considerate localismi.
Se non si sceglie questa strada, si continuerà a fare solo del male alla lingua della Sardegna.
Tratto da L'Unione Sarda del 24 Aprile 2006