
II sardo adottato dalla Regione ad uso amministrativo, “in uscita“, è stato presentato come “comune” e allo stesso tempo come “naturale“, facendo credere che tutti i sardi, da un capo all’altro dell’Isola, lo conoscano.
Ed essendo naturale si vuole escludere il suo contrario, che non sia una lingua creata a tavolino, frutto di operazioni d’ingegneria linguistica.
L’esperienza insegna che le cose non stanno così, se è vero che molti sardi per comunicare con altri sardi sono spesso costretti a usare l’italiano.
Quanto al carattere naturale della Limba sarda comuna basti dire che, tenuto conto dell’introduzione di forme verbali inventate sotto la spinta di una sorta di furore regolatore, i circa 13.000 verbi delle due macrovarietà della lingua sarda risulteranno platealmente manipolati.
Va sottolineato che una lingua è un fenomeno troppo complesso perché si possa ridurre a un atto di carattere burocratico. Perché di questo si tratta.
Di aver scartato qualsiasi ipotesi di promozione e valorizzazione del sardo in modo democratico, promuovendo tutte quelle iniziative idonee a renderlo nuovamente familiare, soprattutto alle nuove generazioni, che lo parlano sempre meno, per cui corre il pericolo di scomparire o assumere una dimensione residuale, degna di attenzione solo da parte dei linguisti.
Chi ha accolto con favore la Limba sarda comuna osserva che anche l’italiano è stato imposto con un atto legislativo. Ed è vero. Dimentica però di dire che prima del 1861, quando non esisteva ancora il Regno d’Italia, nei territori italiani esisteva una “repubblica delle lettere” e si fondava sull’uso dell’italiano che da secoli era stata la lingua della cultura letteraria, storica, fìlosofica, politica, scientifica, economica ecc..
In Sardegna, al contrario, gli intellettuali, quando volevano scrivere in una lingua che non fosse il latino, il catalano, lo spagnolo o l’italiano, dovevano fare ricorso alla loro parlata per essere intesi almeno in ambito locale.
Dalla lettura del documento allegato alla delibera di giunta si può costatare che la Limba sarda comuna costituisce tutt’altro che “un punto di mediazione tra le parlate più comuni e diffuse” come recita la stessa delibera: si tratta del risultato di un’operazione di riattamento della vecchia, e ripudiata a furor di popolo, Limba sarda unificada, con piccoli aggiustamenti, sempre nell’ambito del logudorese-nuorese.
Il campidanese è semplicemente ignorato, quasi che circa due terzi delle popolazioni sarde non rientrassero nel suo dominio linguistico. Questo frutto avvelenato è il risultato delle fobie di chi ha sempre parlato di sardo arcaico, genuino, illustre spingendosi fino all’eliminazione di una lettera dall’alfabeto dalla “sua” lingua, la /x/ così caratteristica del sardo.
Stalin (non è una battuta) aveva fatto di meglio eliminandone, motu-proprio, parecchie dall’alfabeto cirillico.
In altre parole si vuol dire che la commissione tecnico-scientifica è stata esautorata, giustificando il sospetto che il potere politico avesse in mente fin dall’inizio la soluzione più adatta per la “lingua comune”.
Che il documento finale non abbia la firma dei commissari la dice lunga sul metodo seguito.
Chi volesse scatenare una guerra di campanili potrebbe pretendere che al sardo più parlato nell’Isola, quello campidanese, sia riconosciuto il diritto ad essere assunto dalla Regione come lingua “ufficiale” . E farebbe male, perché non conviene a nessuno aprire fronti con schiere armate contrapposte.
Basti constatare (e contestare) che il campidanese è stato sacrificato sull’altare dell’arroganza e della presunzione di chi si è sempre vantato di primati etnici, storici, linguistici, letterari, e agisce di conseguenza, spinto anche da sentimenti di rivalsa per chi sa quali torti subiti.
Ma quale soluzione per questa vexata quaestio? Se si vuole dare un valore simbolico forte all’introduzione del sardo nella pubblica amministrazione, si rispettino tutte le varietà, si conceda loro pari dignità, mettendole tutte sullo stesso piano. Ma soprattutto si diano incentivi perché il sardo entri nelle scuole, dove però venga considerato alla stessa stregua delle altre lingue. E si diano incentivi ai media perché, accanto all’italiano, si usi anche il sardo.
Ma non il “sardo comune”, che non esiste.
Franco Carlini - L’Unione Sarda 2 giugno 2006.
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