
L’islandese è la più conservativa delle lingue germaniche, si dice infatti che chi può leggere il quotidiano di Reykjavik può leggere anche una saga norrena.
Nonostante l’Islanda nel 1262 avesse riconosciuto la sovranità della Norvegia la sua posizione isolata ha mantenuto inalterata la lingua, al riparo dai mutamenti che si producevano nelle altre lingue scandinave.
E’ l’unica fra le lingue moderne che conserva la desinenza in –ur del nominativo maschile singolare dei temi forti. Inoltre ha conservato anche le declinazioni con 4 casi e le desinenze personali dei verbi.
L’Islanda è lontana tuttora dalle influenze straniere: si preferisce formare i neologismi con radici autoctone islandesi. Ad esempio telefono si dice sími, che deriva da síma, cioè filo.
Anche nella grafia ha conservato dei segni antichi che discendono dalle rune: troviamo le lettere Þ e ð per esprimere il suono delle spiranti dentali. Infine, ha conservato l’ accento acuto per indicare il suono lungo delle vocali.
L’islandese è parlato solo in Islanda, da circa 240.000 persone.
Una curiosità: in Islanda non si utilizzano i cognomi di famiglia, ma al nome di battesimo si accompagna il patronimico, come avveniva nel Medioevo, cioè si aggiunge al nome del padre il suffisso –son per indicare figlio (per i maschi) e –dóttir per figlia (per le donne).
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