
Il 15 marzo a Roma al Teatro Sistina la PFM canta le canzoni di Fabrizio De Andrè, come è avvenuto magicamente a Firenze. Tutto questo a 25 anni dall’uscita del disco De Andrè/Pfm, tutto questo a cinque anni dalla morte del cantautore genovese. Un avvenimento particolare, per certi versi unico.
Di quel disco-capolavoro, dell’incontro con De Andrè, delle emozioni che ancora suscita 25 anni dopo, ci parla Franz Di Cioccio, front man della Premiata Forneria Marconi, in una lunga e partecipata intervista telefonica alla vigilia dell’appuntamento romano.
E’ proprio vero: i sogni si ripetono.
Il disco De Andrè/PFM: masterpiece della musica italiana
“Combacia il fatto che quest’anno sono 25 anni dalla registrazione del famoso disco che, per certi versi, cambiò un pò lo scenario della musica italiana, perché mise un ponte tra quello che era la cultura dei gruppi, della musica rock, e quello che era la cultura dei cantautori, della parola, della musica molto scarna, ma molto raccontata con versi. Questo disco rappresenta l’incontro tra due culture che fino ad allora – almeno per quanto se ne sapeva in Italia – era difficile da far coesistere, da far convivere.
Noi, nei nostri viaggi americani, avevamo visto molte collaborazioni nascere, crescere… nello stile della cultura americana c’è lo scambio tra correnti diverse, le cosiddette “contaminazioni”… mentre in Italia si stentava, all’epoca… ci sono state sempre divisioni, il nostro è un Paese campanilistico, lo si deve forse alla nostra storia, alle divisioni tra guelfi e ghibellini, tra repubbliche marinare…
Ebbi l’idea di mettere insieme il cantautore ed il gruppo, un’idea assurda. Quindi ne parlai a Fabrizio. Lui aveva una particolare inclinazione a fare le cose complesse e difficili; più un progetto suonava difficile, più lui si appassionava. Tutti gli dicevano: “guarda mi sembra una cosa azzardata, sai la Pfm… questi suonano forte, fanno rock, tu canti con la tua chitarra, ti schiacciano assolutamente, non farlo”. Ma lui pensava, se mi dicono di non farlo, vuol dire che è pericoloso; se è pericoloso allora lo faccio!
Fabrizio ci venne a vedere in un concerto, ci vide suonare e rimase colpito da quella che era la capacità di Pfm di stare assieme, soprattutto di immaginare musica, di essere sul palco, di giocare con gli strumenti con una tale padronanza da farlo sentire rassicurato per quello che poteva riguardare la parte musicale… andai diverse volte da lui, mi recai anche in Sardegna, sentii la casa discografica, mettemmo a punto il progetto… e nacque il disco.
Il disco ebbe subito un grosso successo e man mano che sono trascorsi gli anni è diventato un punto fermo del panorama musicale. E’ diventato uno dei “masterpiece” della musica italiana. E questo fa ovviamente piacere; non è autoreferenza, non è autocelebrazione ma alla fine ti accorgi di aver fatto una cosa straordinaria. Noi l’abbiamo fatto con una tale leggerezza, con un tale entusiasmo…
Quando fai un bel disco, rimane per sempre; è qualcosa che deve passare tra le mani delle generazioni che vengono perché poi i ragazzi sono cresciuti ascoltando quel disco…Sui suoi brani straordinari abbiamo realizzato una “tessitura musicale” (si chiama arrangiamento ma a me piacciono di più i termini di immaginazione). Noi abbiamo cucito addosso a quei versi un vestito nuovo, fatto di profumi, di musica, di sensazioni… chiudevi gli occhi e immediatamente eri proiettato, spinto dal veicolo musicale all’interno di questi versi senza mai assolutamente coprire nulla e nessun significato. Lui era assolutamente un grande cantore, un grandissimo poeta…non dimentichiamo che aveva una voce incredibile, con un timbro, un tono che ti inchiodava. E intorno c’era la leggerezza dei suoni che facevano decollare, volare la musica molto più in alto perché non era legato alla semplicità scarna di una chitarra da accompagnamento, tipica dell’epoca ma che finiva per essere riduttiva; perché la musica era penalizzata, perché c’era mancanza di organico, c’era carenza di fantasia, una pura base di partenza per poter poi cantare. Ecco che alla fine alcuni brani sono diventati ufficialmente, con gli arrangiamenti di Pfm, i brani che ci si porta nella memoria, dimenticando le versioni originali. A livello filologico evidentemente rimane quello che ha fatto, però a livello di amore del pubblico “Il Pescatore” è quella con Pfm, così per “Bocca di Rosa”, per “Marinella”…”
I suoni Pfm tra le pieghe della poesia
“Noi veniamo da un’epoca in cui bisognava saper suonare tutto. Quando io sono cresciuto suonavo di tutto, dal rock al jazz, al pop, qualsiasi cosa… dentro di noi c’era questo tipo di bagaglio e l’abbiamo applicato canzone per canzone, testo su testo, senza mai cercare di schiacciare con la personalità di Pfm l’autore De Andrè, anzi piuttosto infilandoci tra le pieghe della poesia, cercando di dare il massimo risalto a quello che era la poesia. E allora i vari brani sono tutti degli “affreschi”… è come vedere una galleria di quadri tutti perfettamente riusciti, dove c’è ovviamente nell’unità stilistica che era nostra, la capacità, la prorompenza, il ritmo ma nulla è mai invasivo, è sempre al servizio della riuscita del quadro; non al servizio del cantante ma al servizio della canzone.”
Fabrizio ha ricantato con noi “Marinella”…
“25 anni dopo quella musica era giusta riproporla ai ragazzi che non avevano mai visto De Andrè, che avevano comprato il disco (perché credo sia stato il disco di De Andrè che ha venduto più di tutti). Ci siamo trovati a essere testimoni in un tempo e ad essere molto vivi in questo tempo, per cui senti un obbligo quasi morale di raccontare le cose che sono successe, di mettere a disposizione delle nuove generazioni questa capacità. Perché un conto è fare un disco, un conto è vedere l’artista dal vivo che ti propone quella musica. Hai uno shock emotivo in senso positivo, molto molto forte, più di qualsiasi ascolto personale che ti fai a casa tua, nel tuo silenzio.
Quello è un modo di ascoltare, ma tutt’altra cosa è vedere l’artista sul palco, che trema, che suda, che si emoziona… perché poi a Firenze è successo proprio questo, che al primo pezzo mi sono messo a piangere. Ci siamo trovati lì senza di lui. Ma lui era fortemente incarnato nella musica che abbiamo fatto. Tutto è stato proposto in modo identico, con gli stessi arrangiamenti… e con un regalo finale di una “Marinella” che abbiamo proposto con una magia della tecnologia di oggi; abbiamo suonato dal vivo un brano che lui ha cantato esattamente con la voce di 25 anni fa. Abbiamo estrapolato dal nastro l’intervento vocale, l’abbiamo messo su un supporto… e cantava in sincronia con noi che suonavamo. Non ti sto a raccontare la perizia tecnica per fare tutto ciò. Ma è stato veramente un momento magico, perché, nel bel mezzo del buio, è uscita la voce di Fabrizio e la gente si è schiantata dall’emozione.
Io in quel caso mi sono scusato, prima di incominciare… siamo noi, uno deve fare il cantante. Quello che ha la voce, i toni più vicini a Fabrizio sono io per cui mi sono accollato il compito ingrato di cantare, però devo dire che lui era lì, veramente. L’abbiamo sentito tutti, lo ha sentito anche Dori (Ghezzi, ndr), è stato un avvenimento magico. Uno dei momenti più belli è stato “Amico fragile” che ti assicuro non è proprio facile da cantare.”
Da Firenze a Roma
“Abbiamo fatto a Firenze la rievocazione. Era un concerto celebrativo per dire “Buon compleanno” a questo progetto che ha lasciato una traccia forte. “Ragazzi era così, è stato così, godetevelo”.
E questo è successo per due sere solamente. Il successo di tutto questo ci ha fatto venire in mente che sarebbe ingiusto averlo fatto a Firenze e chi se l’è perso, se l’è perso…
E allora – avendo la fortuna di avere i pezzi in mano, di aver fatto le prove, tutto è perfettamente pronto, è lì solo da suonare – abbiamo deciso di inserire la possibilità di poter fare sentire questo concerto anche ad altri. Ecco come è nata l’idea di proporre questo concerto anche a Roma.
Ce lo stanno chiedendo ovunque, tutti vorrebbero sentire questo omaggio. E’ un desiderio. legittimo. ”
a cura di Gaetano Menna

Claudio Costantino








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