L'invito del presidente Ciampi: la quotidianità del bene

Identificarsi nella quotidianità del bene Affinchè la quotidianità del bene faccia notizia, bisognerebbe parlarne e dilungarsi

L’invito del Presidente della Repubblica Ciampi

rivolto a chi fa comunicazione,

a valorizzare i messaggi positivi,

mettendo in risalto gli aspetti e le persone positive della nostra società

(per esempio chi fa volontariato o si distingue in particolari azioni ed iniziative che vedano il bene pubblico come fine)

e evitando invece di pubblicizzare eventi e personaggi negativi,

in quanto fonte ed occasione di ansia per chi li ascolta,

mi spinge a fare alcune riflessioni.

Il Presidente Ciampi forse parte dall’episodio dell’intervista di Bonolis al serial killer,

ma certamente vuole andare oltre l’episodio.

Innanzi tutto dovremmo dire che l’informazione è comunicazione.

Io credo che non si può omettere dalla informazione e dalla comunicazione qualsiasi messaggio che descrive la realtà, di cui siamo parte.

Forse il problema sta nel modo

in cui l’informazione e/o la comunicazione viene data.

La notizia o la comunicazione negativa

(meglio usare la dizione di descrizione di aspetti non positivi delle cose)

dovrebbe solo essere riportata,

senza indulgere in accanimento di informazione e/o di comunicazione,

senza compiacimenti per il proprio scoop o bravura,

senza morbosità,

senza commenti che possano coinvolgere chi ascolta,

come se chi ascolta diventasse parte ed elemento della storia raccontata.

Io credo comunque che in molte occasioni,

l’intento morboso o ansiogeno, di chi fa l’informazione, sia voluto.

In altre parole un conto è dire che

il fuoco scotta e può fare male e mostrare che così è,

un altro è parlarne, dalla mattina alla sera,

in modo insistente tanto da confondere,

al punto che chi ascolta è talmente scombussolato

che paradossalmente va a mettere le mani su quel fuoco,

da cui doveva tenersi lontano.

Peggio sarebbe comunque non parlarne affatto di quel fuoco.

In ogni caso si dovrebbe tenere presente che in ogni informazione e/o comunicazione si dovrebbe tenere conto non solo di quello che si vuole comunicare,

ma come viene recepita e da chi viene recepita

e successivamente elaborata la nostra comunicazione.

Chi soffre di paure, fobie, ansie, ossessioni

tende inesorabilmente a riferire a se stesso, ed alla sua vita o

a quella delle persone care che lo circondano,

ogni elemento destabilizzante.

Altre persone ancora potrebbero trarre dalla informazione e/o comunicazione pericolosi atteggiamenti emulativi o scatenanti di particolari pulsioni sopite a livello inconscio,

che come se fossero “potenziali in sonno”

vengono svegliati

da quel dato elemento della comunicazione

come se fosse un segnale.

Bisognerebbe prestare quindi attenzione per i più deboli della nostra società.

Ma anche per i più forti non c’è da stare allegri,

in quanto un bombardamento di messaggi negativi esterni si aggiunge inevitabilmente ad una sommatoria con quelli personali e quotidiani che ognuno porta in sé.

Qual è il limite che il nostro contenitore di non positività può contenere e sopportare?

Tenendo presente che la nostra mente accumula… accumula, reagisce… reagisce e poi… magari… si trova in riserva, come se fosse un auto che si ritrova in mezzo ad un deserto con 1 solo litro di benzina, mentre il più vicino distributore dista 100 chilometri.

Ma a volte non ci accorgiamo neppure di essere in riserva

ed allora ci troviamo in mezzo a quel deserto con l’auto inesorabilmente ferma.

Qual è il limite di sopportazione di un uomo?

Forse lo sappiamo

solo quando siamo in quella situazione

e non prima di quella situazione.

Io credo che un equilibrio

di informazione e/o di comunicazione, tra gli aspetti positivi e non positivi,

possa permetterci di meglio navigare nel mare della nostra vita,

perché se sappiamo da dove viene la tempesta

possiamo scegliere

di volgere la prua ed il timone

nella direzione del sereno

e da quello farci rasserenare.

Certamente è facile essere coinvolti in mille beghe,

questioni, litigiosità e falsi miti.

Ancora più difficile, io credo, è essere sereni in un mondo sereno,

ma d’altra parte come noi siamo creiamo la realtà che ci circonda.

Sarebbe bello che noi ci identificassimo in personaggi come Perlasca,

che ha saputo tirar fuori da se stesso il meglio del ”essere uomo”,

ma forse la banalità del bene non fa notizia come la quotidianità del male.

Ma affinché, la quotidianità del bene faccia notizia bisognerebbe parlarne

e non tacerla

e su questa banalità

dilungarsi.

Riproduzione riservata Gilberto Gamberini

foto riprodotte a fini didattico esplicativi

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Pubblicato il 28 aprile 2004 in: 1 Psicoterapia COMUNICAZIONE

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