LA ROSA BIANCA
di Sophie Scholl
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recensione di
ANNAMARIA MANNA
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credits:
Titolo originale:nbsp; Sophie Scholl - Die letzten Tage
Nazione:nbsp; Germania
Anno:nbsp; 2005
Genere:nbsp; Drammatico
Durata:nbsp; 117′
Regia:nbsp; Marc Rothemund
Sito ufficiale:nbsp; www.sophiescholl-derfilm.de - Sito italiano:nbsp; www.larosabiancailfilm.com
Cast:nbsp; Julia Jentsch, Alexander Held, Fabian Hinrichs, Johanna Gastdorf, André Hennicke, Florian Stetter
Produzione:nbsp; Broth Film, Goldkind Filmproduktion
Distribuzione:nbsp; Istituto Luce
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La Rosa Bianca, film che ha vinto l’orso d’argento al Festival di Berlino, è arrivato nelle nostre sale e narra gli ultimi sei giorni di Sophie Scholl prima della decapitazione ad opera dei nazisti.
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Sophie insieme a suo fratello Hans e ad altri cinque studenti cattolici dell’università di Monaco si riunirono per sette mesi dall’agosto al febbraio del ‘43 con il nome di Rosa bianca e cercarono di sensibilizzare gli altri studenti e la popolazione contro le aberrazioni del regime nazista. Produssero in tutto 6 volantini e un’ottantina di scritte murali in varie città della Germania e furono brutalmente imprigionati e condannati a morte. Il regista Marc Rothemund si avvale per la sceneggiatura, e quindi per il taglio del film, di documenti autentici: i verbali degli interrogatori di Sophie; perciò la storia del gruppo non è in primo piano, mentre lo è la personalità e lo spirito civico ed etico di Sophie e di suo fratello. Non è il primo film sull’argomento: già Michael Verhoeven nel suo Die Weisse Rose (1982) aveva affrontato l’argomento e anche Percy Adlon in Fünf letzte Tage (1982) ma con tagli molto differenti.
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La rosa bianca di Marc Rothemenund non può non far chiedere ai suoi spettatori perché un così alto senso morale espresso dai giovani componenti di questo gruppo di universitari cristiani di Monaco non fosse esteso ad un numero maggiore di tedeschi al punto da poter individuare e rafforzare una Resistenza tedesca che risparmiasse milioni di morti e tanta distruzione.
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Le risposte sono almeno quattro: 1) la rete di oppositori di sinistra e cattolica era stata messa brutalmente a tacere nei primi anni della dittatura e sistematicamente isolata e internata nel corso della dittatura; 2) a guerra iniziata e nella prospettiva del disastro la Resistenza in Germania non riuscì ad essere una rete di rapporti stabilmente impegnata a perseguire un piano comune ma fu espressione di individui in opposizione al regime e alle sue aberrazioni; 3) le poche realtà organizzate non riuscirono a concordare un piano determinato e condiviso che potesse traghettare la Germania oltre la soglia della disgraziata follia in cui si era plebiscitariamente avviata da anni; 4) da parte alleata non si fecero sforzi per incoraggiare una sollevazione nell’esercito tedesco perché, nella certezza della sconfitta della Germania, non si volevano creare problemi di attribuzione dei meriti e dover poi discutere sui territori conquistati dall’esercito tedesco.
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Queste risposte sono tragicamente collegate tra loro, unite dal fatto che combattere una dittatura non può essere né un fatto organizzato da singoli, né dell’ultimo minuto, né avvenire senza l’appoggio di altri stati, né senza una visione comune del dopo regime, né tanto meno senza un’etica condivisa di quali siano i diritti e i doveri di tutti i cittadini e delle loro responsabilità nelle scelte di politica estera del proprio paese. Quest’ultimo fatto in particolare è quello che richiede una certosina preparazione in una nazione e non solo per mettere fine ad una dittatura, ma soprattutto per prevenirla. Perché se il senso civico nei singoli, nelle associazioni e nelle istituzioni (e non il vuoto “amore per la patria”) e se un senso etico della politica estera (e non un miope perseguimento di una politica protezionistica) fossero atteggiamenti spiegati, coltivati, sottolineati e premiati, forse non si arriverebbe a certe soglie di non ritorno di cui il Nazismo è stato uno degli esempi maggiori e, con il pessimismo della ragione, purtroppo neanche l’ultimo a venire.
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Il visione del film La Rosa Bianca, lodevole nelle sue intenzioni di mostrare questo aspetto della resistenza tedesca, non può terminare con una commossa tacitazione della cattiva coscienza: “Però in Germania qualcuno si è ribellato!”. Può essere invece il punto di partenza per una ricerca più approfondita sul cammino vittorioso di una dittatura i cui passi fondamentali sono stati:
- gli avvenimenti che portarono alla fine della Repubblica di Weimar;
- le lotte interne tra comunisti e socialdemocratici (e con esse la messa fuori combattimento di un’opposizione politica legittima);
- la progressiva estensione dei provvedimenti di internamento dai comunisti ed ebrei e zingari a omosessuali, handicappati, cattolici non conniventi, testimoni di Geova, protestanti non allineati;
- gli episodi singoli di resistenza a regime instaurato e in piena terribile efficienza (dal più noti di Oscar Schindler a Georg Callmeyer, Anton Schmidt o Isabel von Malzan);
- i motivi del fallimento di attentati come quello di Rastenberg ad opera di Stafferburg o degli oltre 40 attentati contro Hitler;
- i motivi del fallimento del circolo Kreisau o di quello della Rote Kapelle;
- i motivi del ritiro da un tentativo di complotto di alcuni generali (Von Brauchitsch e Ludwig Beck);
- i fallimenti dei contatti tra alcuni ufficiali tedeschi e esponenti del governo inglese e americano;
- l’incapacità della classe operaia restia ad allearsi con la nobiltà prussiana;
- l’assenza della borghesia e della classe imprenditoriale che più di tutta sperava di ricavare vantaggi dalle conquiste territoriali naziste.
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Agli spettatori attivi e coraggiosi il compito di scoprire tutti questi avvenimenti, se ancora non li conoscono, e naturalmente il dovuto atto di riflessione sul nostro presente.
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Perché se un’opera, sia pure un film, arte notoriamente considerata minore, non dà questi frutti ma mero sollazzo allora non vale il prezzo del biglietto e la bella prova dell’attrice Julia Jentsch (bravissima anche nel suo precedente film Die fetten Jahren sind vorbei) rimane uno dei tanti ruoli di brave attrici destinato alla cineteca ma non ad entrare nel patrimonio emotivo e culturale dello spettatore.
Annamaria Manna
(tratto da ‘Vibrisse’)

Heiko H. Caimi









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