PARADISE NOW
di Hany Abu – Assad
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recensione di MARCO CAVALLERI nbsp; |
credits: |
Tit. or.: idem Regia, scenegg.: Hany Abu – Assad Int.: K. Nashef, A: Suliman, L. Azabal, A. Hlehel Fotogr.: A. Heberlé Mont.: S. Vos Musica: J. Sumedi Prod. Francia / Germania / Olanda, 2005 Distrib.: Lucky Red Durata: 90’ |
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Said e Khaled sono in apparenza due giovani del tutto normali. Sono amici da tempo, lavorano insieme in un garage, condividono gli stessi sogni e si interessano delle stesse donne. Potrebbero vivere in qualunque parte del mondo: ma vivono in Palestina. E quando viene loro comunicato che sono stati prescelti per un importante attentato suicida a Tel Aviv per il giorno seguente, accettano entusiasticamente la designazione. Ma, dopo l’accurata preparazione per il martirio - con tanto di videomessaggi e ultimo pasto - al momento dell’azione qualcosa va storto e i due sono costretti a tornare in territorio palestinese. Ventiquattr’ore ulteriori che saranno l’ultima occasione per riesaminare le proprie motivazioni e la propria determinazione a immolarsi per la causa: e il giorno seguente le scelte dei due finiranno per divergere.
Paradise now era fino a ieri il titolo di uno dei più fortunati spettacoli del Living Theatre, autentico inno alla gioventù e alla rivoluzione. Da oggi è anche il titolo del film del palestinese trapiantato in Olanda Hany Abu – Assad, che ha strappato applausi e qualche premio tra il Festival di Berlino e quello di San Sebastian e si è meritato la segnalazione all’Oscar quale miglior film straniero. Il primo ha fatto storia: il secondo forse non la farà, ma è sicuramente uno dei titoli impedibili della stagione cinematografica. Per il tema in sé – il pedinamento quasi in tempo reale di due ragazzi qualunque che decidono di immolarsi per la causa palestinese – e soprattutto per come il tema viene affrontato. Sarebbe stato facile – essendo il regista e sceneggiatore modo parte in causa – ammantare l’operazione di retorica magari la più politicamente corretta possibile, in modo da richiamare un maggior numero di spettatori e spostare il dibattito su strade più facili. Ma Assad ha il coraggio (per certi aspetti suicida: e non è il caso che nei paesi arabi il film sia stato oggetto di grandi incassi ma anche di forti critiche) di affrontare la realtà in quanto tale, mostrando tutte le contraddizioni e i perversi condizionamenti che fanno della Palestina un paese perpetuamente segnato dal dramma. Un paese dove la classe intellettuale – non a caso il tramite tra i due giovani e l’organizzazione terroristica è il maestro elementare – ha rinunciato al suo compito di educare per appellarsi a un simulacro di religione e spingere la propria gioventù alla morte. Dove il pacifismo – incarnato forse fin troppo esemplarmente ma necessariamente nella figura di Suha, figlia di uno dei primi martiri che ha finito per rifiutare la logica del taglione – viene guardato con sospetto quando non con aperta avversione. Dove i cinema vengono bruciati e le videoteche distribuiscono i video contenenti gli addii dei kamikaze e le esecuzioni dei collaborazionisti, queste ultime che costano di più delle prime. Un paese dove la convivenza con l’altro da sé rappresentato dagli israeliani – non a caso mostrati solo a inizio e fine della pellicola, quasi non abitassero sullo stesso territorio – è impossibile per principio prima ancora che per tutte le ragioni storiche e politiche che ben conosciamo. Il tutto raccontato per mezzo di campi lunghi ed ellissi che non rendono meno terribile la materia ma la raffreddano impedendo la facile identificazione o il melodramma: e la dissolvenza in chiaro che chiude il film, oltre a una bella trovata narrativa, è anche una precisa indicazione di poetica. Certo, qua e là un po’ di retorica e di ammiccamenti sfuggono comunque, e fa capolino il manicheismo: ma l’intenzione di rappresentare prima che di spiegare – rendendo i protagonisti, nonostante un sistema di valori lontanissimo, esseri del tutto simili a noi, ben diversi dagli incomprensibili alieni propinatici da tanta televisione e giornalismo superficiale - è raggiunta. Siamo dalle parti (per fortuna) più di Pontecorvo che di Costa – Gavras: e chi ama il bel cinema, non solo politico, dovrebbe tenerne conto.

Heiko H. Caimi









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