Nella tua Guida, che si occupa principalmente di scrittura creativa, hai riservato uno spazio che si occupa degli sceneggiatori, ovvero di coloro che scrivono il cinema e la televisione. Come mai questa scelta, che potrebbe essere ‘impopolare’ presso i puristi della narrativa?
Scrivere una sceneggiatura è una forma di scrittura che tra l’altro risponde a canoni ben precisi e per la quale una formazione specifica è auspicabile. Per questo motivo nella mia rubrica, oltre ad una sezione che ospita i corsi per sceneggiatori, ce ne sono anche altre che riguardano lo scrivere per la pubblicità o la scrittura poetica. Per non parlare del fatto che molti sceneggiatori rielaborano romanzi o racconti che non erano scritti primariamente per lo schermo. La sceneggiatura quindi è una forma di scrittura soggetta a vincoli e perciò rientra a pieno titolo nel creative writing. Inoltre scrivere per il cinema, per la televisione o per il teatro sono forme abbastanza diverse tra loro che richiedono una professionalizzazione.
Secondo te, un testo di narrativa può solo essere sminuito in una trasposizione cinematografica, come ritengono i più, o potrebbe anche guadagnarci?
Nella realtà dei film in circolazione si verificano entrambe le possibilità. Ma ci sono film che si avvalgono, per la sceneggiatura, di scrittori che lavorano gomito a gomito con il regista: penso in questo momento al film Il cielo sopra Berlino e alla splendida sceneggiatura di Peter Handke.
Ci sono poi film che riescono a rendere il senso del libro in una maniera molto più incisiva, e penso a Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, tratto dal libro di Eric Emmanuel Schmitt. Ci sono film che rendono in pari modo il libro dal quale sono tratti, a volte soprattutto per la bravura degli attori (e penso al film La pianista con Isabelle Huppert, tratto dal libro di Elfriede Jelinek) vuoi per la bravura del regista (Penso a Big Fish del regista Tim Burton, tratto dal romanzo di Daniel Wallace).
Naturalmente ci sono film nei quali la sceneggiatura prevale a tratti: penso al film Intelligenza Artificiale di Spielberg, poiché la fusione tra idea iniziale di Kubrick e rimaneggiamento posteriore di Spielberg mescolano, in maniera non omogenea, il linguaggio filmico-visionario così tipico di Kubrick con la tendenza al racconto, alla spiegazione affidata alle parole tipica di Spielberg. Di fatto l’equilibrio tra questi due tipi di narrazione è un’alchimia tutta particolare che richiede grande affiatamento tra diverse professionalità: quella dello sceneggiatore, del regista, del direttore di fotografia, del responsabile delle musiche e del montatore.
Un film come Morte a Venezia di Luchino Visconti riesce a rendere, con la scelta delle musiche (l’adagio della V sinfonia di Mahler), tutta un’atmosfera di decadenza, di cupio dissolvi così palpabile nella novella di Thomas Mann e che solamente un genio come Visconti poteva tradurre.
Che rapporto hai tu personalmente con il cinema, con i film?
Amo molto andare al cinema, come a teatro e, ovviamente, leggere. Un film mi può divertire o far produrre adrenalina e quindi essere momento di totale evasione dalla quotidianità oppure può farmi riflettere. Adoro però i film che mi stupiscono e mi rivelano cose inaspettate di me stessa o che mi aprono scenari completamente nuovi su realtà mai conosciute prima. Ci sono delle scelte che ho fatto nella mia vita e che ho maturato dopo aver visto un film.
Un film può suscitare dubbi curiosità voglia di approfondire un argomento o un aspetto particolare di una questione che può riguardare la mia vita personale o i miei interessi culturali. Insomma, sono facile preda dei bei film.
In un tuo recente articolo, in cui recensisci il film ‘La Rosa Bianca’ evidenziando gli interrogativi che una pellicola come questa può sollevare, concludi però con una nota forse un po’ pessimistica, o perlomeno disincantata. Scrivi –cito le tue testuali parole parafrasando qua e là- che “se un’opera, sia pure un film, arte notoriamente considerata minore, non pone riflessioni sul nostro presente ma si limita ad essere mero sollazzo, allora non vale il prezzo del biglietto”. Quindi secondo te il cinema ha un dovere civile, etico nei confronti dello spettatore?
La risposta a questa domanda si riallaccia a quella che ho dato alla precedente, e in particolare alle ultime parole: “Sono facile preda dei bei film”.
Così come i bei libri, anche i bei film sono quelli che ci mettono in movimento, sia esso di introspezione, di conferma o di interrogativo su di noi, sia in un movimento rivolto verso l’esterno; nel caso della Rosa Bianca, verso la riflessione su fatti storici e poi sul presente. Insomma, la vera letteratura è quella che ci collega alla vita, ne amplia le prospettive e che ne approfondisce il senso.
Con questo non voglio demonizzare l’evasione: l’aspetto ludico è una componente alla quale non rinuncerei mai. Ma cosa sia ludico per me non è detto che sia ludico per un altro spettatore. I film di Buster Keaton, dei Fratelli Marx o di Charlie Chaplin, ma anche di Woody Allen, hanno una componente ludica creativa di altissima qualità. La componente ludica dei film italiani genere natalizio non mi interessa e non mi diverte. La favola di Shrek invece la adoro. Non so se mi sono spiegata.
Tu mi chiedi se per me “il cinema deve avere un dovere etico civile nei confronti dello spettatore”. Beh, io ti rispondo che se il regista si mette in testa questa idea, verrà fuori quasi sicuramente un cattivo film. Mentre se un regista fa onestamente il suo mestiere, crede in una storia, la medita, la studia e la rende attraverso le sue competenze e quelle dei suoi collaboratori, forse il suo colpo andrà dritto al cuore, alla pancia, alla mente dello spettatore (fai un po’ tu dove lo vogliamo colpire!). Il mistero dello scrivere, libro o film che sia, la genesi della sua ispirazione e i ferri del mestiere sono la chiave. Di buone intenzioni, invece, è lastricata .

Heiko H. Caimi









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