Arte fino alla morte

Tanto è frequente la pratica del suicidio tra gli artisti che la cosa non può essere liquidata come un luogo comune considerato superato, che vuole il creativo perso nel proprio mondo allucinato e al limite dello squilibrio mentale.

Vincent van Gogh, Virginia Woolf, Cesare Pavese, Jules Pascin, Robert Erwin Howard, Mark Rothko, Jack London, Ernest Hemingway, Ernst Ludwig Kirchner, Primo Levi, Francesco Borromini, Alfred Jarry, Vladimir Maiakovski, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Walter Benjamin, Nicolas de Staël, Max Haufler, Emilio Salgari, Arshile Gorky…
La lista potrebbe andare avanti ancora a lungo…

Il fatto che tante personalità creative abbiano finito col togliersi la vita fa riflettere; sembra quasi che le loro creazioni li abbiano spinti fino a toglier loro l’equilibrio; oppure che non siano state in grado di difenderli dalle paure, dai dolori e dai disagi.
Del resto, si sa: solo i più forti sopravvivono; peccato che non siano necessariamente anche i migliori

Nel caso di Rudolf Schwarzkogler, il più noto artista dell’Azionismo Viennese, dedito a performance artistiche estreme a base di lesioni e mutilazioni (che si è ucciso a soli 29 anni), la realtà si fonde con il mito, che lo vorrebbe suicida in una performance di autocastrazione o persino di scuoiamento.

Molti altri hanno a lungo convissuto con le proprie tendenze suicide, come Henrik Ibsen e Oskar Kokoschka; per non parlare dei suicidi nascosti e dissimulati da parenti ed amici: i quali, evidentemente, trovavano indecoroso sporcare con quell’onta infame la memoria di grandezze che probabilmente non erano neanche in grado di comprendere, nella vita come nella morte.
Come per i suicidi di Pjotr Cajkovskij e Gérard de Nerval o per lo spesso taciuto tentativo di suicidio di Paul Gauguin.

Chi più ne ha, più ne ometta.

Se poi prendessimo in considerazione quelle vite direttamente o indirettamente consumate e distrutte dal bisogno creativo, avendo oltrepassato quel labile confine che pone l’individuo in una zona franca di relativa sicurezza, quando il pensiero e l’azione cessano di essere propulsivi e diventano esplosivi, allora l’elenco dei caduti sarebbe interminabile.

Come per la storia che si narra su Chares di Lindo, allievo di Lisippo, scultore che ebbe il gratificante ma infausto compito di progettare e costruire il colosso di Rodi, una delle sette meraviglie del mondo antico.
Preso probabilmente dalla febbre creativa, incurante della propria vita, ormai votata a quell’opera, Chares spese in quel progetto tutto il compenso ricevuto.
Ma non era sufficiente, così spese di più, sempre di più; indebitando la propria vita irreparabilmente.
Quella creazione lo portò al suicidio.

Ma gli esempi, stavolta reali e documentati, sono davvero tanti: uno per tutti, lo scultore iperrealista Duane Hanson, che lottò per ben venticinque anni contro un cancro, causato dal suo incessante lavorare (senza alcuna protezione) con resine e fibre di vetro, che infine lo stroncò.

Nel creare una cosa, se ne distrugge un’altra; magari la propria vita.

Otto Rank, allievo dissidente di Freud, parlando dell’artista, ha scritto: “Dal processo di sublimazione […] risulta una non disprezzabile intensificazione della capacità di prestazioni psichiche. Qui si deve cercare una delle fonti dell’attività artistica”.

È proprio per sublimare, per colmare una mancanza, che l’artista fa qualcosa che noi chiamiamo arte; e noi chiamiamo arte il patetico tentativo di dare un senso alla nostra esistenza.

A volte rischiando persino di perderla.

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Pubblicato il venerdì 18 febbraio 2005 in: {BLOCK_POST_CATEGORY}

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